Cerca e trova immobili
Ospiti
Michel Venturelli: Dove comincia l’esercito finisce la logica
Redazione
16 anni fa

Era il 1985. Elvezia era ancora solo il paese di Henry Dunant e il popolo svizzero viveva ipnotizzato dalle visioni inculcate da quello che oggi sembrerebbe un regime. Jean-François Bergier, come la cattiva coscienza della Confederazione, uno sconosciuto. Era il giugno del ’85. In tribunale il discorso si fece presto politico. Come un rosario, gli stereotipi in voga in quegli anni mi furono snocciolati tutti: l’esercito aveva tenuto lontano i nazisti, le banche svizzere erano illibate e le autorità avevano fatto il possibile per far salire a bordo chi ancora poteva stare in una barca che straripava. A sentirlo oggi sembrerebbe un discorso fra avvinazzati, ma eravamo in tribunale e probabilmente anche i giudici erano sobri. Nel tempio della giustizia, in quella mattina di primavera, io ero l’eretico. Era il millennio scorso. Sembra di parlare di 1000 anni fa. In realtà sono passati solo 25 volumi. Quelli che Jean-François e compagni hanno scritto dopo 5 anni di lavoro, lasciando Elvezia nuda e svergognata. Ma nel ’85 la vergogna della Patria ero io. Lo disse il tribunale. Lo disse pure l’uditore. Lo stesso che 20 anni dopo è finito sui giornali di mezz’Europa per il suo coinvolgimento in un crack che ha ridotto sul lastrico migliaia di piccoli risparmiatori. Quello della Parmalat. “Vergogna della patria”: un concetto a geometria variabile. Avevo 22 anni e secondo un giudice con la faccia da pirla, con il mio “modo di fare calmo e pacato” già nascondevo una mentalità suscettibile di minare le basi dell’ordinamento democratico. Lo disse per giustificare una sentenza - 9 mesi di detenzione da scontare - che probabilmente sembrava assurda anche a lui. Ma tanto fece che tanto mi feci. Ma riguardo alla buona fede dell’ordinamento democratico di cui il giudice andava vaneggiando, mi sorse qualche dubbio. Era solo il primo di una lunga serie che questa storia ha generato. Avevo 23 anni quando alle mie spalle chiusero la porta della cella 15, sezione “i”. Un buco di 8 metri quadrati di cemento armato. Secondo il codice penale il carcere deve dar modo di meditare sulle proprie colpe per permettere al condannato di capire i propri sbagli e redimersi, ma qualcosa non funzionava. Lì erano quasi tutti recidivi. Al parlatorio incrociavo bambini a cui un tribunale aveva scippato il papà. In sezione vedevo tossici curati in cella d’isolamento. Ancora una volta il sistema mi mostrava i suoi limiti; la sua ipocrisia. Parecchio disorientato abbandonai la geofisica e mi iscrissi alla facoltà di criminologia. Dallo studio delle catastrofi naturali – terremoti e vulcani – a quello delle catastrofi umane, il passo è stato breve. Scoprii la logica della ricerca degli indicatori utili a fare un discorso sensato sul crimine e il modo per contrastarlo. Poi 12 anni di giornalismo mi hanno insegnato a denunciare solo le cose che si possono dimostrare. L’informazione è una cosa seria, influenza l’opinione della gente e quel che si scrive deve essere d’interesse pubblico e dimostrabile… Così credevo finché non ho incontrato gente con la faccia del giudice dei miei 20 anni. Gente al servizio di verità omologate come quelle che hanno permesso ai governanti di questo ed altri Paesi di turlopinare i cittadini e rubargli il voto. Forti con i deboli e tappetini con i forti. Son passati vent’anni e il servizio civile è diventato realtà. Una realtà che, anche se discrimina chi la sceglie (dura una volta e mezza il servizio militare obbligatorio), è ritenuta da molti più adeguata della scuola reclute. Più adeguata al punto che ora c’è chi, incapace di rendere interessante la scuola reclute, vuole fare il possibile per dissuadere i potenziali civilisti, inventando ostacoli burocrtici pretestuosi. Modo di fare fedele a una certa logica militare che finisce ancor prima di cominciare. Come nel millennio scorso. Michel Venturelli, consigliere comunale Bellinzona

© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata