
Alle frontiere ticinesi con l’Italia prosegue lo stazionamento di veicoli della Guardia italiana di finanza, sui quali è istallata una telecamera puntata su tutti coloro che passano la frontiera. Se è da un lato legittima e insindacabile la volontà del governo italiano di combattere l’evasione fiscale, i mezzi utilizzati vanno comunque sottoposti a criteri di proporzionalità e di adeguatezza. Questa condizione è visibilmente infranta dall’impiego indiscriminato e a carattere essenzialmente intimidatorio delle telecamere. Sfera privata allo sbaraglio Questa modalità lede in primo luogo il rispetto della sfera privata, alla quale ha diritto qualsiasi individuo che non sia oggetto di motivata investigazione. È inammissibile che tutte le persone, che oltrepassano la frontiera, debbano essere rilevate da una telecamera come fossero potenziali delinquenti o criminali. Viene d’altronde accumulato un volume ingentissimo di dati personali, sulla cui protezione e sul cui impiego gli interrogativi e i dubbi sono più che legittimi. Queste preoccupazioni gravano in particolare sulle migliaia di lavoratori e lavoratrici frontaliere che varcano per lavoro la frontiera. Le loro perplessità e inquietudini trovano del resto linfa in quanto successo durante la fase iniziale dello scudo fiscale, dove de facto sono stati iniquamente assimilati ad evasori fiscali. Un impatto politico ed economico per il Ticino Per il Ticino l’effetto può essere particolarmente sfavorevole sia dal profilo politico, sia da quello economico. Il nostro Cantone necessita di rapporti di dialogo e di cooperazione con le zone limitrofe. Simili misure - alle quali possono essere aggiunte le note dichiarazioni sui ticinesi di un autorevole membro del governo italiano – intaccano inevitabilmente la qualità dei rapporti tra i due versanti della frontiera. Le scorie di questo deterioramento del clima respirabile alla frontiera non potranno che incidere negativamente sull’obiettivo, condiviso dalle comunità di confine, di consolidare i reciproci rapporti di collaborazione. La presenza sistematica e plateale di telecamere tende anche a disincentivare le entrate di cittadini italiani, che sono sospinti loro malgrado nella posizione di cittadini sospetti e come tali sottoponibili a controlli e verifiche amministrative da parte della finanza italiana. A soffrirne, al di là del settore bancario e finanziario al quale mira più direttamente lo scudo fiscale, sarebbero certamente il turismo e il settore del commercio. In un periodo già segnato dalla crisi, le potenziali ricadute sono tanto più sfavorevoli. Un atto irrispettoso verso la Svizzera La presenza di telecamere alla frontiera investe anche le relazioni tra i due Stati. Pur rientrando nella sfera di competenza dell’uno, esercita un effetto anche sull’altro. Un contesto di relazioni bilaterali amichevoli e di rispetto esigerebbe perciò che si consideri l’impatto dei provvedimenti sull’altro Stato, commisurandoli in misura più responsabile e adeguata. È perciò un atto che la Svizzera è chiamata a valutare attentamente e senza cedimenti sia dal profilo delle relazioni bilaterali, sia dal profilo della coerenza con gli accordi Schengen. Un doveroso intervento L’OCST sollecita perciò le autorità cantonali e federali a farsi interpreti, nei confronti delle istituzioni regionali e del governo italiano, del disagio rilevabile tra la popolazione locale ed anche tra quella frontaliera, esigendo l’adeguamento sollecito e persino la rinuncia ai metodi di controllo che ledono i diritti della persona, che esercitano un riverbero negativo sulle relazioni tra le regioni frontaliere limitrofe e che incrinano i rapporti tra i due Stati. Meinrado Robbiani, segretariato cantonale OCST
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