
Secondo alcuni pare che il Ticino del futuro debba iniziare con la secessione del Cantone dal resto della Confederazione, o della Berna federale che nulla capisce (salvo il buon Maurer in gita elettoralistica), e finire con la chiusura delle frontiere a Sud, in particolare ai frontalieri e altri stranieri. Si passa dalle minacce dei blocchi dell’autostrada al Gottardo alle minacce verso i “taglian-ratt”. Pare che solo così facendo il Ticino e i ticinesi avrebbero la garanzia di vivere in un “triangolo d’oro” all’interno dell’Europa, se non addirittura del Mondo. Se volessimo illuderci che il Ticino sia paragonabile a situazioni come Singapore, o la vecchia Hong Kong, per non menzionare il principato di Monaco, forse la soluzione potrebbe apparire allettante. Se non che la realtà é un'altra. Il Ticino dipende molto – vogliamo dire anche troppo, va bene diciamolo pure - e per molte ragioni, dal resto dell’economia e della finanza tanto Svizzera quanto estera per poter credere di vivere in autarchia. Pensano davvero queste forze politiche che il Ticino potrebbe sopravvivere oggi e nel prossimo futuro, facendo a meno di relazioni col resto del Paese e dell’UE? Sono quest’ultime convinte che il nostro Cantone sia talmente forte da poter essere indipendente e autosufficiente con le sole forze proprie e indigene? Pensano onestamente di poter dire e garantire al cittadino, il pieno impiego chiudendoci nel “ridotto ticinese”? Credono che minacciando secessioni, blocchi e lavoro frontaliere, avremo la forza imprenditoriale di garantire benessere, posti di lavoro e commercio per tutti noi? Io credo che questi proclami e queste minacce, seppur d’impatto immediato, omettono di considerare che in questo modo, in realtà, il Ticino perde e continuerà a perdere, da un lato, di credibilità verso il resto della Confederazione, con effetti contrari, se non perversi, e dall’altro lato, verranno bellamente ignorati dalle autorità italiane, soprattutto col governo attuale della vicina penisola. Quanti posti di lavoro ticinesi dipendono da banche, assicurazioni, aziende che hanno i propri centri decisionali e di potere nel resto della Svizzera? Quanti sono i capitali e gli imprenditori italiani, che grazie al nostro Stato forte, efficiente, fiscalmente sostenibile e vicino alla realtà imprenditoriale, scelgono e potrebbero ancora scegliere il Ticino per creare aziende e posti di lavoro? Infine, quante realtà aziendali puramente e integralmente ticinesi potrebbero sopravvivere senza relazioni internazionali e in particolare con l’UE? Certo l’ipotesi di chiusura del tunnel del San Gottardo è da scongiurare con tutti i mezzi, ma non con minacce e proclami, di fatto, ridicoli e irrealistici. Certo la sicurezza e il rispetto della reciprocità negli accordi bilaterali, vanno pretesi. Ma tutto questo non è credibile e tanto meno efficace con campagne stampa o cartellonistiche quali quelle a cui si vorrebbe che ci abituassimo. L’assuefazione, di qualsiasi tipo, non solo non porta a nulla, ma è insana. Pertanto dobbiamo ribellarci a questo tentativo di ridurre il cittadino ticinese a consumatore di slogan ad effetto (qualunque sia, anche perverso). Né va della libertà e del futuro di questo Cantone, della serietà con la quale il cittadino s’aspetta che il politico, o meglio lo statista, rifletta ai suoi problemi, per i quali ha bisogno di soluzioni concrete, praticabili, sostenute da persone o forze che godono di credibilità anche al di là dei nostri confini. Altro che “ ronfa i gatt”. Qui siamo ben svegli e vigili. Peccato dover perder tempo a combattere contro affermazioni populiste quando il sistema-paese Ticino ha bisogno di ben altre riforme strutturali e di mentalità. Se vogliamo rendere più attrattivo, indipendente e forte questo Cantone sulla scena almeno macroregionale, allora le sfide non si vincono con le minacce di chiusura a riccio, anzi! Per rafforzare il Ticino, vi è molto da fare e bisogna farlo adesso, non domani. Dove sta il coraggio? In chi grida “al lupo al lupo, chiudiamoci nel nostro
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