
Si può avere la fortuna di nascere in una famiglia agiata o in una famiglia in cui la curiosità intellettuale è presente. Ma può anche accadere il contrario. In un caso come nell’altro, al di là delle origini socioeconomiche, la scuola può cercare di migliorare le attitudini dei migliori e/o ridurre le disparità di partenza per cercare di dare a ciascuno le proprie opportunità di costruirsi una vita. Molti di noi possono testimoniare che un buon docente può cambiarti la vita. E per buon docente non s’intende quello che è stato buono, magnanimo, permissivo e via discorrendo. Anzi, spesso è proprio quello più severo, che ci ha fatto penare, di cui ci ricordiamo negli anni. È quel docente che ha creduto in noi e nelle nostre potenzialità, ha insistito, punzecchiandoci, per tirar fuori il meglio di noi. Il ministro della Pubblica istruzione americano, Arne Duncan, ha lanciato la “campagna nazionale per gli insegnanti”, il piano dell’amministrazione Obama per reclutare nuovi talenti da indirizzare verso la scuola. Ebbene sì, il Paese del sogno americano al quale spesso l’Europa si ispira - aspirando tante volte anche il peggio – ha dei problemi gravi a livello d’istruzione pubblica. Gli sforzi dei governi precedenti per riformare la scuola pubblica hanno dato risultati mediocri, e la spiegazione principale del loro fallimento la offre lo stesso ministro Duncan: “Abbiamo avuto paura di parlare di eccellenza a proposito della scuola. Ci siamo occupati degli studenti come fossero i prodotti di una fabbrica, oggetti intercambiabili. Abbiamo avuto un approccio quantitativo al problema: aumentare i fondi, aumentare il numero d’insegnanti; sembrava sufficiente”. Thomas Friedman sul “New York Times” scrive che gli americani hanno ignorato la lezione di quei Paesi che oggi sono in testa alle classifiche mondiali sull’apprendimento: Finlandia, Danimarca; Singapore, Corea del Sud. Sono nazioni molto diverse tra loro, eppure tutte hanno una cosa in comune nell’approccio all’istruzione: hanno smesso di trattare l’insegnamento come fosse una catena di montaggio, un lavoro da operaio-massa, e lo hanno considerato a tutti gli effetti una professione di punta nella società dell’informazione. Il ministro di Obama ha capito che i sistemi scolastici più efficaci del mondo seguono regole simili. “Assumono come insegnanti statali solo coloro che appartengono al 33 per cento dei migliori laureati universitari, la fascia al top di coloro che escono dalle facoltà”. Il docente di Harvard Tony Wagner (autore dello studio “The global Achievement Gap”) aggiunge un ulteriore criterio qualitativo. Oggi, per formare dei ragazzi che abbiano delle buone chance sul mercato del lavoro, bisogna fornirgli tre tipi di competenze: (1) capacità di pensare criticamente per risolvere dei problemi; (2) abilità nel comunicare; (3) attitudine al lavoro di squadra. Adottare i metodi di reclutamento giusti per i docenti e professori è tanto più cruciale oggi perché la scuola pubblica americana sta per subire uno shock demografico: il pensionamento degli insegnanti che appartengono alla generazione del baby-boom, quelle nate tra il 1945 e il 1965. Su 3.2 milioni di insegnanti americani, nel prossimo decennio la metà se ne andrà in pensione. È essenziale che vengano sostituiti con “i professori giusti”, seguendo l’esempio degli asiatici e degli scandinavi, che hanno investito massicciamente nella selezione e nella formazione degli insegnanti, e anche negli incentivi per premiare i migliori e convincerli a rimanere. “Se stai facendo un buon lavoro con i tuoi studenti” dice il ministro Duncan “noi non ti pagheremo mai abbastanza”. Lo stesso dovrebbe fare il Ticino a partire dal Dipartimento di formazione e apprendimento della Supsi per seguire con la cura verso il corpo insegnante ticinese. Pagare meglio gli insegnanti non è facile in periodi di vacche magre, quando gli Stati sono squattrinati. Ma la politica è un’arte nobile se si occupa di grandi scelte, tanto più se le risorse sono scarse. Tutto sta ad avere le priorità giuste, a indirizzare
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