
Secondo Roland Barthes, quando un autore scrive un “testo” e lo pubblica, poi il controllo del suo prodotto passa ai lettori che lo possono comprendere o non comprendere in vari modi. Spesso si pensa che la prosperità, l’industrializzazione e l’urbanizzazione, oltre alla scolarizzazione obbligatoria portino alla moltiplicazione dei lettori potenziali. Tuttavia la corrispondenza tra la ricchezza di una nazione e i suoi tassi di alfabetizzazione è lungi dall’essere perfetta. Se gli analfabeti in senso stretto non leggono, è altresì vero che per leggere (a tutti gli effetti) un libro o un articolo non è sufficiente saper leggere. Nella sfera che gli inglesi chiama “illiteracy” si devono aggiungere anche coloro i quali, pur avendo percorso un regolare iter scolastico, rivelano una limitatissima capacità di utilizzare la scrittura e la lettura, di comporre e comprendere testi semplici. In realtà l’analfabetismo funzionale (che comprende l’incapacità di interpretare grafici e tabelle o un testo scritto o orale, sia esso uno spot, un discorso politico o un articolo di giornale) non è facilmente quantificabile ma l’Ocse ci aveva provano qualche hanno fa. Guardando ai risultati di questa inchiesta per quanto attiene alla vicina penisola, risulta in definitiva che circa il 70% degli italiani non possiederebbe le competenze “per orientarsi e risolvere, attraverso l’uso appropriato della lingua italiana, situazioni complesse e problemi della vita sociale quotidiana”. Sono numeri che in una situazione normale e in un Paese consapevole, dovrebbero far scattare subito l’emergenza sociale. Certo potremmo consolarci, restando in superficie, scartando a priori che una tale percentuale possa corrispondere alla situazione svizzera o ticinese. Ma possiamo esserne così certi? E la politica è sufficientemente sensibile a questo rischio e consapevole di tutte le implicazioni derivanti da questo malessere culturale? Ho apprezzato molto la difesa di Giovanna Masoni Brenni (apparsa di recente sul Corriere del Ticino) a favore della Cultura, in particolare nel suo contrapporla alla “Kultura” e al “kulturame”, anche della lingua italiana, a cui assistiamo, non solo ogni domenica, da oltre 20 anni. È vero, la cultura è educazione, istruzione, conoscenza, lavoro e fatica. Essa ci aiuta però a distinguere l’accettabile dall’inaccettabile. Va altresì detto che occorrono comunque i mezzi per comperare un libro, il tempo libero per leggerlo, talvolta incentivi sociali e una certa dose di istruzione per capire e gioire di cosa si legge. Poche di queste condizioni esistevano prima dell’Ottocento. E quando emersero negli ultimi 100 anni, furono subito sottoposte alla concorrenza di nuovi mezzi per la diffusione della cultura: il cinema, la radio e poi la televisione e non da ultimo la Rete – tutti mezzi per i quali le competenze necessarie al consumo sono inferiori a quelle richieste per la lettura. Oggigiorno pare essere privilegiata una conoscenza emotiva e frammentata. Nel suo libro “La quarta rivoluzione”, Gino Roncaglia (insegnate d’informatica applicata alle discipline umanistiche) ha indagato le dinamiche della lettura nel passaggio dalla carta all’era digitale. Egli scrive: “Più che un mondo di analfabeti parlerei di un mondo disabituato alla lettura complessa, perché i testi che circolano nel web sono per lo più brevi, frammentari, semplici e informali”. Quel che viene meno è il discorso argomentativo, costruito da architetture di sintassi e di pensiero. La scrittura è il luogo dell’esattezza. Lo sosteneva già Italo Calvino nelle sue “Lezioni americane”. Ma anche la lettura dovrebbe volgere all’esatta comprensione di un testo. Il rischio altrimenti è di farsi abbindolare dai demagoghi e dagli approfittatori di ogni risma (politica, pubblicitaria,…). Se scrivere non è per tutti, quantomeno leggere e comprendere un testo dovrebbe essere una dote democraticamente sostenuta e incentivata. “L’inesattezza - scr
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

