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Matteo Quadranti - Ricordiamo le nostre origini africane
Redazione
13 anni fa

Se pensiamo che a partire da 50/60'000 anni fa le prime popolazioni di cacciatori-raccoglitori iniziarono a spingersi oltre il continente dell’homo sapiens (quello africano) alla ricerca di nuovi territori di caccia e raccolta, allora abbiamo tutti un antenato africano. L’umanità è fondata da sempre sulle migrazioni. Nelle prime l’uomo cercava terre vergini da sfruttare. Più tardi (10/15'000 anni fa), con lo sviluppo dell’agricoltura, si formarono i primi insediamenti stabili (civilizzazioni) ma anche gli scambi, i commerci (sviluppo economico) e le conquiste. Da qui i primi movimenti di popolazione in aree già abitate e il passaggio all’idea attuale di migrazione (convivenza in un luogo di popolazioni diverse). Migrazione, insediamento e scambio sono i tre ingredienti congiunti e fondamentali del nostro DNA sociale, politico ed economico. Una prospettiva storica, ricostruita da Ricercatori dell’Università di Oxford, consente di capire come i flussi di popolazione abbiano contribuito allo sviluppo economico delle grandi civiltà. Gli immigrati non portavano solo forza lavoro ma anche nuove tecniche, competenze e soprattutto innesti culturali alla base di nuove idee e tecnologie. Le migrazioni crebbero prima con l’espansione delle colonie europee e poi con lo sviluppo capitalistico del XVIII e XIX secolo che portò milioni di persone a emigrare con la forza o volontariamente. Ancora una volta l’Africa ebbe una parte fondamentale, e drammatica, con il commercio degli schiavi (ca. 15 milioni tra il 1400 e la fine dell’ottocento). Solo dalla metà dell’800 le migrazioni iniziarono ad essere volontarie e non coercitive. L’abolizione della schiavitù, iniziata in Gran Bretagna nel 1833, aveva motivazioni sociali, politiche ed economiche. La campagna abolizionista era radicata nell’idea morale di un lavoro libero per un’economia di mercato. Ma soprattutto derivava dalla necessità dell’industria che aveva bisogno di forza lavoro mobile e abbondante, in conflitto con l’economia delle grandi piantagioni. La liberalizzazione della migrazione fu lungimirante e lo dimostrano i flussi di persone che da quel momento raggiunsero numeri epocali. Tra la metà dell’800 e l’inizio del 900 emigrarono oltre 150 milioni di individui. Nell’Europa liberale, fino alla prima guerra mondiale, la convinzione dell’importanza della libera circolazione dei lavoratori era tale che l’uso del passaporto fu di fatto abolito. Il passaporto era considerato come la difesa di un sistema superato dove la ricchezza si fondava sulla terra e sul capitale e non su ciò che veniva prodotto e scambiato. Oggi solo nell’Unione Europea ci si muove senza passaporto, ma nel resto del mondo, avanzato o arretrato che sia, anche la globalizzazione più spinta non è riuscita a riprodurre il mondo senza controlli della fine dell’800. Con l’aumento della popolazione mondiale, la facilità degli spostamenti e gli enormi divari di reddito tra paese ricchi e poveri, tornare ad un mondo di libera migrazione non è pensabile. La pressione migratoria e il bisogno di lavoratori stranieri nei paesi più avanzati sono destinati ad aumentare (nei paesi dell’OCSE la percentuale degli occupati in possesso di un titolo universitario aumenterà del 35 % entro il 2035). A ciò si contrappone l’incapacità politica di trovare soluzioni a livello globale. Continuare a ragionare sull’immigrazione come un problema nazionale è folle e neppure l’Europa è in grado di darsi regole comuni. Ricordarsi ogni tanto delle nostre radici africane e da dove veramente nasce la prosperità del mondo, aiuterebbe a guardare all’immigrazione come una grande fonte di ricchezza invece che di instabilità e anche a trovare regole giuste per governarla. Recentemente, a fronte di un risentimento popolare nei confronti degli immigrati, il mondo e le lobby economiche svizzere e ticinesi hanno deciso di pubblicare studi ed opuscoli per dimostrare l’importanza dei migranti per l’economia Svizzera

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