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Matteo Quadranti: Liberalismo, il partito dell'uomo per l'uomo
Redazione
15 anni fa

di Matteo Quadranti Oggi ci sono troppe persone desiderose di troppe cose diverse. È una conseguenza dell’individualismo insito nella società contemporanea: complessa, aperta, tanto informata quanto malinformata. In epoche precedenti le esigenze erano di meno o limitate a questioni veramente cruciali, di sopravvivenza, di conquiste delle libertà. La crisi dei partiti storici parte proprio da questa sempre maggiore difficoltà di mantenere una direzione a una pletora di desideri sempre più disparati e contrastanti tra loro. Da qui il successo invece delle formazioni populiste e dell’antipolitica. Ogni persona ha la sua individualità, i suoi valori e questi cambiano come i desideri. Per alcuni i valori sono la famiglia, per altri la ragione, la scienza, per altri il guadagno e il proprio benessere personale. I mutamenti dei valori li si attribuiscono alla società. Ciò è tuttavia fuorviante. Infatti “società” è un concetti ausiliario. Ciò che esiste veramente sono gli uomini, quelli buoni e quelli cattivi, comunque gli esseri umani, in parte dogmatici, critici, pigri, diligenti, onesti o altro. Oltre agli uomini esistono le istituzioni sociali (Stato, partiti, mercato, …), esistono le idee. Ma ciò che non esiste è la società. La gente invece ci crede e le dà la colpa di tutto. Pensano perciò di poter cambiare la società mentre in realtà si possono cambiare soltanto i rapporti tra gli esseri umani, tra le istituzioni. Uno dei peggiori sbagli è credere che una cosa astratta sia concreta. Si tratta della peggiore ideologia. La Big society (leggasi meno-Stato) quale alternativa allo Stato, figura tra queste. Per giustificare la propria esistenza e funzione, per conquistare gli elettori, ogni partito ha bisogno di un proprio universo di valori a cui fare riferimento per cercare di mutare i rapporti tra le persone, tra queste e, ad esempio, il mercato (quello delle merci, ma anche quello del lavoro). Il congresso PLR di giugno dovrebbe portare a dire quali sono i contenuti dei valori del liberalismo che vogliamo attualizzare. È purtroppo innegabile che, col suo successo soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, il significato originario e i precetti del liberalismo sono stati banalizzati, tanto che alcuni dicono “liberalismo politico” ma agiscono nel “liberismo economico”. Ciò è riduttivo e generatore di confusione. Se si vuole rifondare il PLR, bisogna essere in chiaro sui pilastri sui quali poi erigere l’azione politica. La domanda è: come pensare la modernità liberale? Bisogna sapere chi si riconosce in questa ed è pronto a lavorarci. Si eviti che il liberalismo politico venga posto al servizio di istanze non politiche. Il liberalismo, nella sua definizione più sintetica, è la rivoluzione dei diritti dell’uomo, intesa come la cristallizzazione di nuovi principi dell’organizzazione collettiva. Dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1789, l’unico ordine politico legittimo è quello che parte dell’individuo e torna verso l’individuo. Il liberalismo libera il movimento delle cose umane: circolazione degli uomini, della merci, delle idee, dei capitali, degli affetti. Il dispositivo liberale è polare: due poli in tensione che sono l’uno per l’altro, allo stesso tempo, uno strumento e un ostacolo. Essi sono lo Stato e la Società civile (del commercio o del mercato). La società ha bisogno dello Stato per fissare e far rispettare le regole, e innanzitutto la prima, quella dell’uguaglianza dei diritti. Lo Stato ha bisogno del mercato per disporre della maggior potenza possibile. Le epoche di equilibrio sono rare. L’ultimo periodo, conclusosi con la crisi finanziaria, è stato caratterizzato da uno spostamento verso il mercato, di cui si immaginava potesse fare a meno di ogni regolazione statale. In questa “utopia liberale”, dalla quale qualcuno ancora deve uscire, ci si illudeva che fossero sufficienti delle “governance delle regole” create da un numero infinito di comitati o enti civili, intermedi, di “autodisciplina” che però di fatto si sono dimostrati non esse

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