
La personalizzazione e mediatizzazione della politica portano il popolo a scegliere nuovi “ventriloqui” per parlare con una sola voce. Ci vogliono un capo carismatico, un movimento in cui l’elemento irrazionale prevalga e, oggigiorno, buoni e disponibili mezzi di comunicazione a disposizione ed ecco fatto, come afferma Luciano Canfora, il populismo è servito.Per tenere assieme questi elementi bisogna che un capo indichi un nemico, e lo faccia sapere al popolo. Questo fenomeno è tipico di quei momenti e di quei sistemi politici in cui, non riuscendo a fare riforme vere, è più facile additare un nemico. Un esempio topico è quello del governo italiano nei confronti della Svizzera e del Ticino in particolare. Cacce all’uomo prima e alle istituzioni poi. Si pensi alle varie cacce all’uomo di cui abbonda la storia: agli schiavi nella Grecia e nella Roma antiche, agli indiani nell’America dei conquistadores, ai negri nell’Africa del commercio triangolare, ai poveri nell’Europa dell’antico regime, ai lavoratori sindacalizzati nell’Europa della prima rivoluzione industriale, agli immigrati stranieri della seconda, agli ebrei sempre nell’Europa della prima metà del Novecento, agli zingari e ai “sans papiers”, ai terroristi negli Stati Uniti, ai frontalieri e agli asilanti nel Ticino di oggi.È la logica del capro espiatorio che a quanto pare le società umane producono tanto in forma endemica quanto organizzata, costruita ad arte. Laddove la scelta delle prede risulta relativamente indifferente quando non puramente arbitraria. Infatti, ciò che più conta non è la colpa specifica attribuita di volta in volta al capro espiatorio, al nemico, ma è il bisogno di identificare un nemico comune su cui canalizzare la responsabilità dei nostri mali e distrarci dalle nostre incapacità interne a risolvere i nostri problemi. Quando il nemico non esiste, bisogna costruirselo. Le cacce all’uomo hanno sempre obbedito a strategie mirate e dettate dai detentori o aspiranti detentori del potere.Dimmi a quale uomo dai la caccia e ti dirò chi sei. O da che parte stai. Oggi non solo si attaccano categorie di uomini, bensì pure le istituzioni: lo Stato o gli altri Stati, le amministrazioni pubbliche, la scuola, i partiti storici. Ciò avviene in primis dai sostenitori del meno stato, che lavorano dall’interno dei partiti per demolirli e delegittimarli ad uso proprio, quelli che propongono in nome delle libertà delle visioni della società che trasudano rischi di ineguaglianze sociali e di opportunità. Se lo Stato è davvero il nostro nemico, come possono i poliziotti, i funzionari essere nostri amici? (cfr. Sandro Guzzi-Heeb, Lo Stato nemico, in La Regione 11.10.2011) Se i partiti sono i nemici, se gli eletti lo sono per difendere interessi propri o particolari, come possono fare leggi meritevoli di essere rispettate? Se la Scuola è la nemica, come possono i docenti aver l’autorità di insegnare? Non vi è chi non veda quanto gravidi di conseguenze siano questi atti di sfiducia verso la democrazia e le sue istituzioni.Ci vuole un po’ di “ecologia dei capi” e di “ecologia dei media” quando questi diventano dannosi per l’ambiente e mirano ad essere dominanti e privi di contrappesi. Ad esempio, per contrapporsi a questi eccessi e trovare un nuovo equilibrio è necessario rafforzare un mezzo che coltivi modalità espressive opposte: la scuola, in primo luogo. Una scuola che, per insegnarci a guardare, e sopravvivere, al futuro, dovrà giocoforza guardare al passato e fare l’inventario delle buone idee che abbiamo a disposizione. Non si dovrà mancare di spiegare le cattive idee circolate nella storia per evitare che si ripetano. La memoria breve o la perdita di conoscenza della storia, oltre ad un crescente analfabetismo di ritorno, sono alla base di alcuni fenomeni intransigenti e intolleranti di oggi. Andrea Ghiringhelli (cfr. Uno scontro senza idee, in La Regione, 10 giugno 2010) afferma la necessità di stabilire, anche per il nostro partito, un legame organico con il passato, per capire il malessere di
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