
Confederazione e Canton Ticino hanno avuto una lunga tradizione di accoglienza degli stranieri. Vi sono da alcuni anni, sia in Europa che in Svizzera, e di riflesso anche in Ticino, segnali di un affievolirsi di questa attitudine all’accoglienza. Oggi, 20 giugno 2011, si festeggia la Giornata Mondiale del rifugiato. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) dedica questa giornata ai 60 anni dello status di “rifugiato”. Infatti tale statuto venne definito dalla relativa Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951. Questa convenzione fu il primo accordo internazionale che impegna gli Stati firmatari (tra cui evidentemente la Svizzera) a concedere protezione a chi fugge dalle persecuzioni per motivi di guerra, razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per opinioni politiche. Secondo stime dell’UNHCR, in questi 60 anni, circa 50 milioni di persone hanno trovato asilo. Esso valuta di assisterne attualmente poco meno di 30 milioni. I nomi coi quali vengono designate queste persone vanno dai più nobili ai più oltraggiosi: esuli, profughi, rifugiati, apolidi, asilanti, “displaced persons” – spostati, gente senza luogo -, sfollati e infine, il neologismo più sbrigativo, clandestini. Il soccorso ai rifugiati si scontra oggi con un amaro paradosso. Si lamenta che troppo spesso i migranti “economici” (formula scadente, perché in realtà è di un'altra vita che vanno in cerca: un nuovo luogo sicuro da cui ripartire) usurpano il titolo di rifugiato. Ma oggi è l’avversione incattivita contro i migranti a coinvolgere sempre più chi ha diritto alla protezione internazionale. Troppo spesso si da risalto e si accentuano solo i casi dei rifugiati che delinquono senza invece evidenziare anche quelli che rispettano le regole. In buona sostanza si rischia di fare analogo discorso a quello fatto per il disagio e la delinquenza giovanile a cui ci si dimentica di porre il contrappeso della stragrande maggioranza della bella gioventù (ticinese e/o straniera integrata) che ambisce a un lavoro e a una vita degna. In breve, si trasmette un immagine falsata della realtà e ciò danneggia quegli esseri umani che richiedono l’asilo a giusta ragione e ai quali, per diritto, per etica laica e/o morale religiosa è giusto darlo. Per una parte di questi richiedenti, si tratta di persone veramente in fuga, private delle loro radici: lingua, casa, famiglia, amici, e talvolta anche del loro lavoro e patrimonio. Persone che quale razza hanno quella Umana - come scrisse Albert Einstein nel proprio documento d’ingresso negli USA – e quale colpa hanno quella di vivere in parti di questa Terra che non smette di essere attraversata da creature cacciate dalle guerre, dai pregiudizi, dalla cattiveria e la stupidità di alcuni loro simili. Nel 2010 l’Italia ha accolto meno di 7'000 richiedenti l’asilo su 50'000 postulanti, Germania e Francia ne hanno accolti ca. 50'000 su 600'000. E la Svizzera, rispettivamente il Ticino? Anche solo per questi veri aventi diritto all’asilo, ritengo sia giusto fare qualcosa in più, anche simbolicamente, per affermare l’importanza di rispettare gli accordi internazionali (Convenzione di Ginevra del 1951) e riaffermare ancora una volta l’umanità, la solidarietà e il senso dell’accoglienza che i ticinesi hanno sempre dimostrato. L’Ente pubblico fa già molto a livello di integrazione e sostiene iniziative spontanee o della società civile, oltre alla simbolica Giornata cantonale dei rifugiati. Come momento di riflessione, mi chiedo e chiedo se non si possa fare qualcosa in più per sottolineare questa problematica? Forse perché, già solo chiedendolo, ci possiamo interrogare sulle vere cause di ciò che ci accade intorno, al di fuori dei nostri confini. “Perché” è quasi una parola magica: ci fa capire qualcosa di profondo della natura umana. La parola “perché” è la chiave per farci accettare di affrontare dei ragionamenti che vanno oltre le passioni e le percezioni.
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