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Matteo Quadranti - Generazione 2.0: la loro speranza
Redazione
13 anni fa

 “È sperare la cosa difficile./E la cosa facile è disperare/ed è la grande tentazione” (Charles Péguy). Difficile è pensare al bene (comune), facile è vedere il male, l’inciucio (e basta). Viviamo nel mondo più sicuro di sempre, eppure vediamo pericoli ovunque. Il nostro rischio più grande è quello di perdere il coraggio e la speranza, che non è rassegnazione. La speranza è la capacità d’analisi della realtà progettuale dell’uomo, la tensione utopica che muove la coscienza. Sono per un riscatto dell’utopia come orizzonte condiviso. Condivisione che deve venire da un popolo che non è quello tanto invocato da certuni ma che è fatto di cittadini “convocati” per partecipare attivamente alla costruzione di un bene comune. Perché l’unità è superiore al conflitto come il tutto è superiore alla parte. Vivere nella speranza significa collocarsi tra “il già e in non ancora”, tenendo i piedi piantati nella storia, aggrovigliati alle remore del presente ma con la testa e le mani protese verso il futuro. Futuro che può essere un orizzonte incerto ma anche sorprendente. La speranza è un rischio da correre, anzi, è il rischio dei rischi. Essa va dosata con realismo in quanto si intreccia con l’etica, l’impegno sociale e politico. Eppure oggi è più pagante, soprattutto in politica, creare paure e seminare zizzania, fare la voce grossa e mascherare di “falso” coraggio il voler rifiutare il futuro e predicare il ritorno ad un passato conservatore e di chiusura, in quello che militarmente veniva definito “il ridotto nazionale”. Questa è la formula del successo per i pessimisti. Ma il tempo scorre inesorabile mentre lo spazio si cristallizza. Anche il Ticino, il cui spazio resta quello che è, deve fare i conti con lo scorrere del tempo e il futuro. Possiamo difendere il “local” solo guardando al “global”, costruendo ponti e non muri. La vita umana è inconcepibile senza una tensione verso il futuro, senza progetti, attese, pazienza e perseveranza. La speranza ci è necessaria come l’aria e l’acqua. La verbosità di discorsi vuoti, la litigiosità e il nervosismo sono segni di “non speranza”. È giunto il momento di separare il grano dalla zizzania. Sono soprattutto le nuove generazioni, quelle che si avvicinano al termine di un nuovo anno scolastico, che hanno bisogno di questo tipo di speranza. Bob Dylan diceva che “essere giovani vuol dire tenere aperto l'oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro”. Non abbiamo bisogno di proclami “rivoluzionari” che in realtà nascondono solo autocommiserazione. La speranza non è un oggetto che si possiede, un patrimonio che una generazione eredita da quella precedente, inversamente proporzionale alla frazione di debito pubblico che piomba sulla testa di ognuno il giorno in cui nasce. Paolo Giordano (giovane autore de “La solitudine dei numeri primi”), interrogandosi su come la “Generazione 2.0” sia combinata per rapporto ai tre principi (di sovvertimento, di generosità e di infinito) che la speranza dovrebbe avere per essere davvero tale, afferma che: (1) i giovani non sanno bene, o non più, quale ordine sovvertire, cosa valga la pena di rovesciare perché il “nemico” si è fatto più trasparente; (2) la speranza deve contemplare ottimismo e generosità nel senso che essa deve essere condivisa, collettiva, nell’interesse comune, non bastando che solo qualche giovane geniale ce la faccia; (3) come l’arte, la speranza ha bisogno di un orizzonte infinito, nella convinzione che il miglioramento è per sempre. I rattoppi, le manovrine a breve termine non nutrono la speranza, la affamano. La domanda giusta da porci non è più: se esiste una speranza per la Generazione 2.0?, ma: la Generazione 2.0 sta coltivando la sua speranza?; chi è venuto prima le ha insegnato come fare, come si prepara il terreno e si accudiscono gli arbusti fragili, oppure si è dedicato solo a razziare ciò che c’era e a far nascere paure? Pe

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