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Matteo Quadranti - Democrazia e Partiti 4.0
Matteo Quadranti - Democrazia e Partiti 4.0
Matteo Quadranti - Democrazia e Partiti 4.0
Redazione
9 anni fa

I partiti, come altri corpi intermedi della democrazia tra cui vi sono anche i media, le associazioni economiche e sindacali, sono tutti in crisi. Essi, per varie e distinte ragioni, faticano a rompere questo apparente – ma pare tanto desiderato - filo diretto tra capopopolo e popolo in nome di un potere diretto, dal popolo e per il popolo. Che fare per salvare i partiti? Sembra una missione impossibile ma, come diceva Einstein - uno straniero che quando nel 1921 ricevette il premio Nobel era divenuto cittadino svizzero -, basta che arrivi qualcuno che non sia a conoscenza di questa apparente impossibilità e semplicemente trasforma l’impossibile in possibile. Le parole d’ordine di questi tempi sono società liquida, 2.0. o 4.0, multitasking e multidisciplinarietà, contaminazioni. Parola appese tra presente e futuro, tra realtà e visione, tra scienza come osservazione della realtà e progresso come processo di trasformazione della realtà in qualcosa di nuovo. Ma anche il passato ci insegna qualcosa che può tornare utile per contaminare il futuro, per darci spunti per rinnovare anche una macchina talvolta arrugginita come la democrazia e i partiti.

Intanto la storia ci insegna che da sempre chi governa ha amato attorniarsi di uomini di scienza (fisici, matematici, chimici, informatici) e di cultura (filosofi, attori, pittori, letterati). Ciò avveniva per farsi consigliare o divertire, per fare salotto o cene di corte. In tempi di guerra sono stati chiamati fisici e informatici: per le bombe o per crittografare o decifrare codici segreti. In tempi di pace, che sia in democrazia o in monarchie, chi comandava ambiva a conoscere la realtà in tutte le sue sfaccettature, la verità delle cose, della società, delle persone, le possibili potenzialità dei materiali e delle idee in divenire. I regnanti amavano farsi contaminare da ciò che proveniva dal di fuori della politica. Forse li aiutava a non diventare autoreferenziali, a capire tramite le arti, quali erano gli umori, le passioni e le emozioni della gente del proprio tempo raffigurate attraverso libri, teatri, poesia, ed a decifrare ciò che andava fatto per far progredire la tecnica, la medicina, l’economia, l’umanità. I governanti in questo si fecero aiutare talvolta, e direi nelle migliori contingenze e con risultati enormi, dal mondo dell’economia. Si pensi ad esempio alle intuizioni di Ernest Solvay, ricco industriale di Bruxelles, o di Alfred Nobel, altrettanto ricco svedese, che, interessando i rispettivi regnanti organizzarono, il primo, dei Congressi triennali tra i migliori fisici e scienziati al mondo, con lo scopo di facilitare la nascita di idee e scoperte che avrebbero cambiato la storia, e il secondo, i premi Nobel per premiare le idee più geniali realizzate. Oppure si pensi ad esempio alle esperienze teatrali di Copenhagen laddove regolarmente si trovavano un secolo fa circa i più grandi fisici - padri della relatività generale e particolare che cambiarono il mondo -, per una vera e propria messa in scena teatrale. Il loro spettacolo di teatro, fatto con la voglia di ridere e scherzare, diventava poi occasione di contaminazione, pretesto per un brainstorming di gruppo, per rimescolare le carte, creare nuove riflessioni e idee.

Ecco, io credo che i partiti, grazie al sostegno di certa economia responsabile e visionaria, nonché delle associazioni politiche, culturali, filosofiche presenti nella società civile, dovrebbero tornare nei loro consessi decisionali e consultivi a farsi contaminare dalle arti e dalle scienze per poi diffondere al pubblico, tramite i nuovi media, quella voglia di nuovo, di apertura alle varie sfaccettature del mondo, quell’entusiasmo per il progresso che sono portatori di benessere e diffondono magari l’idea che la politica sia per davvero il luogo in cui si costruisce il futuro e non quello delle stanze chiuse degli intrallazzi. In fondo, molto è stato scoperto e i nuovi confini dell’innovazione stanno all’incrocio tra discipline come ad esempio la fisica e la medicina, la matematica e l’informatica,… perciò mi chiedo: perché mai la nuova rivoluzione dei partiti, della politica e quindi della democrazia deliberativa non potrebbe stare nella contaminazione della politica con le scienze e le arti intese in senso ampio, piuttosto che una politica autoreferenziale aperta al limite a qualche potere non proprio trasparente?

Matteo Quadranti, deputato

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