
“Io sono un credente, signore, afflitto dal dubbio che Dio non esista”. ”Io, peggio. Sono un ateo, afflitto dal dubbio che Dio, invece, esista realmente”. È una “Tragedia in due battute” scritta da Achille Campanile, che, ridendo e scherzando, ci dice che la fede - qualsiasi fede, religiosa o politica – può, anzi deve, convivere col dubbio, altrimenti può trasformarsi in pericoloso fondamentalismo. Anche il dubbio però, strumento critico indispensabile per individui e istituzioni, se diventa eccessivo può portare alla paralisi. Questa è la lezione di un bel saggio dal titolo “Elogio del dubbio. Come avere convinzioni senza diventare fanatici” (Peter L. Berger e Anton J. Zijderveld, edizioni Il Mulino).Di fronte alla rinascita di potenti movimenti religiosi come l’islamismo, il protestantesimo pentecostale, le varie sette, compagnie e comunità, e constatate le difficoltà dei processi di secolarizzazione, non resta, secondo gli autori, che sperare nella pluralizzazione, ovvero nella capacità delle società moderne di far convivere gruppi umani differenti in una condizione di tolleranza, pace civile e interazione reciproca. In un articolo apparso il 9 ottobre sul Corriere della Sera, Tony Blair, già primo ministro britannico, laburista, scrive: “Come la laicità abbia a che fare con la partecipazione delle persone di fede nel dibattito pubblico, nella società civile, nella religione e nella relazione con lo Stato, sta diventando rapidamente una questione politica chiave per l’Europa di oggi. Abbiamo visto molti modi, legittimi e illegittimi, con cui le religioni influenzano il dibattito politico. Ma cosa significa per una democrazia essere “amica della religione” e come possono i governi democratici salvaguardare i diritti delle minoranze religiose? Creare una cultura di dialogo, rispetto e comprensione per le altre fedi non è un optional. Se la fede è importante in un mondo globalizzato, quali sono i valori e le virtù richieste alle persone per sostenere il pluralismo politico e religioso delle nazioni democratiche del 21° secolo? E di quale educazione hanno bisogno i nostri giovani per essere pronti a vivere in questo mondo multi-etnico, religioso, culturale?”. Mentre molti teologi cristiani di oggi si spingono a parlare di necessità di una nuova evangelizzazione dell’Europa, ho trovato interessante l’intervista al filosofo e teologo Vito Mancuso apparsa il 30 settembre 2011 su Ticinosette. Se quest’ultimo parla comunque della necessità di una riscoperta del messaggio originario di Cristo, dall’altro lato egli sostiene anche la necessità dei credenti di assumersi in prima persona le proprie responsabilità e di non accettare passivamente dogmi, indicazioni di fede, regole che riguardano la vita religiosa e la vita in genere anche quando queste vengono dalle gerarchie ecclesiastiche. Un invito pressante affinché il cristianesimo si riscopra, riscopra i propri valori (che spesso sono, nell’essenza, quelli dell’etica filosofica. Non uccidere o rispetta l’altro, sono comandamenti religiosi quanto principi etici laici), per tornare a stare al passo con la modernità. Mancuso denuncia il fatto che in ambito cattolico vi siano oggi maggioranze tradizionaliste, verosimilmente dovute alla paura delle altre fedi, soprattutto in Europa. Tale atteggiamento denota paura di perdita d’identità, o di potere, tanto che Mancuso pone l’interrogativo, lasciato aperto, a sapere se essere cattolici oggi non sia diventato una delle tante lobby di questo mondo. Se non che questo teologo ricorda che il cristianesimo, a differenza di altre religioni che coltivano l’isolamento, che negano il mondo esterno, è per definizione l’incarnazione del mondo, è comunione, comprensione, dialogo e accettazione dell’Altro. Quanti cattolici, o meglio presunti difensori dell’identità cattolica, oggi se lo sono dimenticati? Vi pare cristiano chi fa ad esempio politica diffamando, offendendo e denigrando chi non la pensa co
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