
Il deficit delle finanze cantonali che va delineandosi attorno ai 300 milioni di franchi per l’anno corrente ha stimolato prese di posizione e pareri discordanti sul da farsi. In realtà, non c’è nulla di nuovo sotto il sole: nel coro di chi rivendica l’aumento delle imposte per risanare le finanze pubbliche troviamo il partito socialista con la fuga in avanti del ministro Bertoli. Dall’altra parte, invece, a sostegno di un taglio ai costi superflui dello Stato e a favore di un’amministrazione pubblica efficiente troviamo i partiti di centro e di destra. Insomma, la storia sembra ripetersi e verrebbe veramente da dire che fino a qui non c’è nulla di nuovo. Ma forse abbiamo dimenticato di considerare tre aspetti che rendono lo scenario appena descritto nuovo, o forse è meglio dire diverso, rispetto a quanto abbiamo vissuto nei decenni precedenti: la crisi economica globale, gli equilibri politici cantonali mutati e il fatto di dare la ricchezza per acquisita. La crisi economica globale – già questo è di per sé un aspetto nuovo – si è fatta sentire anche in Ticino con effetti inattesi. Dagli attacchi alla piazza finanziaria da parte dell’Europa affamata di introiti fiscali, alla pressione dall’estero sul mondo del lavoro, fino alla concorrenza spietata tra aziende a livello mondiale. Insomma, ci siamo trovati confrontati con situazioni difficili da gestire ed a cui non eravamo abituati. Quindi, nuovi disoccupati nel terziario, maggiore competizione sul mercato del lavoro, padroncini esteri sempre più presenti nel settore edile, internazionalizzazione inevitabile delle aziende, fallimenti clamorosi nonché la corsa all’insediamento di imprese in Ticino; inutile dire che tutto ciò contribuisce a creare un contesto più confusionale. Tradotto in soldoni, direttamente ed indirettamente ciò ha portato ad una riduzione del gettito fiscale delle persone giuridiche (nel consuntivo 2012 si è assistito ad una diminuzione di circa 40 milioni di franchi) e ad un aumento degli oneri legato agli ammortizzatori sociali (già solo i contributi al servizio di collocamento e misure attive LADI sono aumentati di oltre un milione di franchi). Anche gli equilibri politici mutati in occasione delle ultime elezioni cantonali hanno contribuito a creare un clima più caotico. Innanzitutto, manca un orientamento strategico di fondo in grado di dirci con coerenza dove siamo e dove vogliamo andare. Qualcuno mi dirà che esistono le Linee Direttive emanate dal Governo, ma mi sembra sufficiente replicare affermando che non ha senso suonare in un’orchestra se poi tutti vogliono la parte del solista. Sarà il prezzo della democrazia, ma anche il nostro Parlamento (di cui faccio parte anch’io) non è esente da colpe visto che chiede con troppa facilità nuovi compiti e nuove spese, mentre tentenna e quasi sempre rifiuta tagli o modifiche ai compiti dello Stato. Troppo facile dare la colpa solo ai politici o alla crisi economica. Forse con un po’ di autocritica dovremmo anche guardare al nostro approccio verso la cosa pubblica, ricordandoci che il benessere e la ricchezza non sono due elementi certi, presenti da sempre e per sempre. Se vogliamo aumentare le imposte, allora dobbiamo ricordarci che molti grandi contribuenti potrebbero decidere di spostare il domicilio o la sede fiscale altrove con una conseguente riduzione del gettito fiscale. Se abbiamo limitato le residenze secondarie, allora dobbiamo essere consapevoli del minore indotto per la nostra regione. Se vogliamo abolire lo statuto dei globalisti, allora possiamo aspettarci una perdita di attrattività della Svizzera per i multimilionari esteri. E potrei andare avanti con parecchi altri esempi. Dimenticando che la ricchezza prima di essere distribuita, deve essere creata, rischiamo di finire in un circolo vizioso in cui con troppa facilità diamo sempre la colpa ai politici ed alla crisi convinti di essere esenti da responsabilità. Quindi, considerando un clima economico difficile e sempre più complesso, pensando
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