
Vale la pena di essere chiari. Vale la pena di non essere ipocriti. I flussi migratori che investono il Ticino rispondono solo marginalmente a logiche legate alla politica dell'asilo. Chi chiede asilo, dunque aiuto e protezione, perché affamato, perseguitato, minacciato o in pericolo di vita, merita accoglienza.
Ma a Chiasso questi casi sono molto pochi. Basta recarsi nei pressi della stazione ferroviaria, abbandonando qualsiasi lente ideologica, per rendersene conto. Lì, proprio lì, si possono incontrare persone che chiedono di poter immigrare nel nostro Paese. Sono giovani, vogliono giocare al calcio, non scherzo, intendono raggiungere quel benessere sempre sognato e, spesso, il nostro Paese non è neppure la loro meta finale. Arrivano con le cuffiette sulle orecchie, questo l'ho visto, scattano fotografie di fianco a macchine di lusso che poi postano su facebook, questo mi è stato detto, e con fare indifferente ripetono "I love Switzerland", questo l'ho sentito. Non si aggrappano alla divisa delle nostre guardie di confine, divisa che porta la croce svizzera simbolo e manifesto di un Paese sicuro con una grande tradizione umanitaria. Nulla di tutto questo, nulla di tutto quello che mi aspettavo.
Sono nato svizzero, sono fiero che il mio Paese sia in grado di poter aiutare persone in difficoltà. Traccio però un confine molto netto tra persone come i siriani, che scappano da una tragedia, e persone che fondamentalmente vogliono immigrare per farsi una nuova vita. Ambizione legittima la loro come altrettanto legittima, anzi doverosa, è la mia che desidero tutelare la Patria che amo.
Io distinguo, lo scrivo senza vergogna, tra i disperati che scappano dalla guerra e la cinquantina, quando sono pochi, di persone provenienti dal centronordafrica in cerca di fortuna che, quotidianamente, arrivano a Chiasso.
Cosa fare dunque? Di soluzioni semplici non ve ne sono ma di soluzioni sbagliate ve ne sono forse troppe. Ho visto con i miei occhi permessi F, quelli attribuiti a persone ammesse provvisoriamente, che datano di sette anni. Un limbo per la persona che vive nell'incertezza e un limbo per le nostre istituzioni che non fanno nient'altro che rinviare il problema. Ho visto persone richiedenti l’asilo che dopo le rituali procedure presso il centro registrazioni, sono lasciate libere di circolare sul nostro territorio con un semplice foglietto recante il nome del centro per asilanti in Svizzera interna da raggiungere in maniera autonoma. Quello dell’immigrazione è un problema enorme che la Consigliera federale Sommaruga e il Segretariato alla migrazione pensano di risolvere grazie alla sola integrazione. Una pia illusione ai miei occhi perché il nostro Paese sta velocemente raggiungendo soglie di guardia allarmanti e la sua popolazione chiede più severità e concretezza nell'affrontare questi fenomeni migratori.
E allora, come non ricordare le parole di Margareth Thatcher, la statista inglese, che ha osato affermare con limpida trasparenza: «Le persone hanno davvero paura che questo Paese possa essere invaso da altre persone di una cultura differente. E noi non facciamo politica per ignorare le preoccupazioni delle persone: facciamo politica per occuparcene".
Neppure io, nel mio piccolo, faccio politica per nascondere la testa sotto la sabbia.
Marco Chiesa, deputato UDC
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