
Secondo il quotidiano La Stampa, l'Italia avrebbe chiesto alla Commissione europea di aprire una procedura d’infrazione nei confronti della Svizzera volta a contestare l'aumento dal 78 al 100% del moltiplicatore comunale per l'imposizione alla fonte dei lavoratori frontalieri. Tale aumento è entrato in vigore in Ticino lo scorso 1° gennaio a seguito del successo di una proposta parlamentare che mi ha visto quale promotore e primo firmatario. Esso riguarda lavoratori che, senza domicilio o dimora fiscali in Svizzera, esercitano un’attività lucrativa dipendente nel Cantone, durante la settimana o come frontalieri, e che sono pertanto assoggettati all’imposta alla fonte sul reddito della loro attività lucrativa dipendente.
Il maggior ricavo per le nostre finanze pubbliche è quantificabile in una quindicina di milioni di franchi. Soldi certamente utili a sistemare, sebbene solo marginalmente, le nostre dissestate finanze pubbliche. Ma perché questa proposta? In primo luogo credo non debba convincere nessuno del fatto che in termini di potere d’acquisto la situazione dei frontalieri sia particolarmente favorevole rispetto a quella di molti ticinesi.
Non penso neppure di dovermi soffermare sul fatto che un moltiplicatore medio del 78% sia un vero e proprio regalo. Se penso ai cittadini di Balerna, Bellinzona, Biasca, Locarno e di moltissimi Comuni cosiddetti periferici, il moltiplicatore supera di molto questa soglia. E allora chi sarebbe il vero discriminato: il cittadino ticinese, magari luganese come me, che vive sul suo territorio o il frontaliere che semplicemente ci lavora. Cittadino ticinese che, inoltre, si è già visto caricare di milioni e milioni di franchi di nuove tasse e in futuro, sono facile profeta, sarà sempre più chiamato alla cassa. E allora perché non far uso della nostra autonomia cantonale. In particolare di quella fissata nella Costituzione federale all’art. 129 cpv. 2, che ci lascia spazio per chiedere un contributo anche a chi si trova in una situazione professionale ed economica privilegiata.
Un posto di lavoro su quattro è oramai occupato da frontalieri, le nostre infrastrutture sono troppo sollecitate, il traffico é divenuto insostenibile e non tenere conto di tutti questi elementi facendo integralmente pesare l’attuale congiuntura sulle spalle dei ticinesi sarebbe totalmente iniquo. Da notare per giunta che l’abbandono della soglia minima dell’1.20 ha reso ancor più digeribile questo aumento, alla luce del notevole guadagno sul cambio, e che nessuno, dico nessuno, ha inoltrato ricorso contro la decisione del Gran Consiglio.
Insomma, chiedere un maggior contributo finanziario a chi beneficia a larghe mani della libera circolazione delle persone, nel pieno rispetto della nostra autonomia fiscale e costituzionale, non configura una crassa discriminazione ma piuttosto un atto dovuto utile ad alleviare la pressione sui cittadini ticinesi.
Marco Chiesa, deputato UDC
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