
Quali conclusioni trarre dalla sentenza pronunciata il 16 maggio scorso per i gravi e ripetuti maltrattamenti ai danni di una dozzina di degenti, consumatisi tra il settembre del 2008 e il marzo del 2011 all’interno delle mura del Centro anziani di Balerna? Giuridicamente, prevalgono delusione e smarrimento: a prescindere dalla decisione della Corte delle Assise correzionali di Mendrisio che ha riconosciuto la gravità dei fatti, i tempi biblici della nostra giustizia hanno permesso alla scure della prescrizione di entrare in azione, favorendo una “condanna di facciata” (12 mesi con la condizionale), insolente per le vittime e i loro parenti. Detto ciò, ce ne guardiamo dal contestare chi l’ha pronunciata, che ha applicato correttamente la legge. Il verdetto è frutto di un sistema giudiziario che, come ha giustamente sottolineato il direttore del Corriere del Ticino Fabio Pontiggia nell’editoriale del 18 maggio, è contrario al principio della “parità di trattamento”, tanto che una violazione del codice stradale per velocità eccessiva viene sanzionata più pesantemente di chi, per due anni e mezzo, ha maltrattato anziani inermi.
Questo per quanto riguarda l’aspetto giuridico. Che dire invece delle responsabilità - finora mai assunte, né riconosciute - della Direzione e dell’attendista Comune di Balerna, che gestiscono il Centro, incorsi - com’è riecheggiato nell’aula penale - in una “banalizzazione dei fatti”? Meglio continuare a nascondere la polvere sotto il tappeto e rispondere in termini “rassicuranti” anche alla recente interpellanza dei radicali che, per beneplacito (ci eravamo illusi), si sono persino lasciati sedurre. Alludendo alle “attenzioni mediatiche di stampo scandalistico che sfruttano cinicamente il dolore delle persone che vogliamo proteggere (sic!)”, in gennaio il Municipio scriveva che il “desiderio compulsivo di vedere delle teste cadere è più forte di quello di vedere la giustizia affermarsi”. Ora, la giustizia si è affermata, eccome!
Dopo l’inchiesta-alibi amministrativa del 2011, sfociata sbrigativamente in un nulla di fatto (non c’è stata denuncia in quanto si trattava di un presunto caso …), ce ne sarà anche una sull’agire della Direzione? Come mai questo esame non è già stato fatto allora, per verificare se i compiti erano opportunamente definiti con un carico di lavoro adeguato, per appurare visione e filosofia, per stabilire se vi era una gerarchia chiara, affinché ognuno sapesse cosa fare? La donna 51.enne ora condannata rispondeva ai requisiti per esercitare la professione con dedizione e consapevolezza, sebbene - come risulta da perizie psichiatriche - fosse in cura da anni? Perché non se ne è tenuto conto? Non è retorica, ma interrogativi che pesano come macigni.
Qualcuno l’avrà pure assunta, anche se le sue condizioni psichiche instabili di tipo borderline fossero a conoscenza, oltre che dell’allora medico del Centro (Municipale dal 2008), anche dell’allora capo dicastero e, per forza di cose, dell’attuale Direttore del Centro. Un dato di fatto che emerge ripetutamente dagli atti processuali, che risalgono addirittura al 1999, e da cui si evince che gli “aspetti disfunzionali” (come ira incontrollabile e depressione) nelle relazioni interpersonali dell’ex assistente delle cure “risultano stabilmente presenti sin dall’adolescenza”. Insomma, questa assistente non doveva entrare in contatto con persone fragili, incapaci di difendersi e bisognose di cure come gli anziani. Non ci si può giustificare, trincerandosi dietro al segreto professionale. Un intervento preventivo avrebbe evitato dolori, processo e polemiche, con credibilità intatta.
È proprio per manifestare solidarietà a tutti gli anziani del Centro e perché preoccupati per la loro incolumità che abbiamo inutilmente chiesto di fare ripulisti. Sia ben chiaro: non siamo scesi in campo né per pretesa delusione politica, né per il cinico piacere di mettere in croce chicchessia. Di fronte all’evidenza dei fatti citati nella sentenza, l’attuale capo dicastero Socialità, badando bene a puntualizzare d’esserne responsabile solo dal 2016, ha affermato che “ci siamo attivati da subito” e “abbiamo sostenuto i famigliari”. Ma quando mai! Intanto, il presidente dell’Ordine dei medici Franco Denti ha dichiarato che “il caso del Centro per gli anziani di Balerna è solo la punta dell’iceberg”. Caspita, di male in peggio!
A chi sta dunque veramente a cuore la protezione e il rispetto dei nostri anziani? Alla Direzione del Centro e alla responsabile delle cure che per due anni e mezzo, nonostante i campanelli d’allarme, non si sono accorti delle nefandezze commesse dall’ex assistente delle cure e che, per di più, hanno ignorato tre nuovi casi di angherie, dimostrando di non essere all’altezza del loro compito, volto a favorire la “bientraitance”? Oppure al remissivo collegio guidato da Luca Pagani, che non accetta l’evidenza dei fatti, non spende una parola di conforto per le vittime e i loro famigliari e si fa scudo dei farneticanti scritti di un personaggio (suo portavoce?) che, per ragion di partito, ne loda a oltranza i meriti? O ancora al datore di lavoro, che mette nella condizione di andarsene il personale che ha osato difendere gli ospiti, mentre sospende in zona Cesarini e ricolloca prontamente due delle tre persone oggetto di nuovi atti d’accusa? Peggio di così questa vicenda non poteva essere gestita e proprio da chi sostiene di battersi per la protezione degli anziani. Ma per favore!
Marco Carugo, Balerna
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