
In un suo contributo apparso su questo sito, Giovanni Merlini chiede: ai fini dell’evoluzione del salario di un dipendente dello Stato è più equo il sistema attuale che prevede come unico criterio il tempo di permanenza in seno all’amministrazione cantonale oppure è più equo il nuovo sistema che aggiunge il criterio del merito personale? Se il rapporto tra datore di lavoro e lavoratore è un rapporto bilaterale, dove il lavoratore si impegna a fornire una prestazione di lavoro definita e il datore di lavoro a pagare un salario certo, il sistema del cosidetto merito, ovvero di una parte del salario decisa unilateralmente dal datore di lavoro secondo criteri tutti da definire, è del tutto iniquo. Sia nel pubblico che nel privato. L’aumento annuale in funzione dell’esperienza accumulata non è certo un criterio ingiusto, se si considera che già per l’assunzione l’esperienza di un collaboratore è un parametro determinante, spesso addirittura una condizione dei bandi di concorso. Se si vuole migliorare l’efficienza dell’amministrazione il salario variabile non è il sistema più corretto. Prima di tutto bisogna essere capaci di assumere i migliori, cosa che non sempre avviene, bisogna essere capaci di promuovere i migliori, cosa che non sempre avviene, bisogna evitare di mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, soprattutto quando lavorano in équipe. Definire gli obiettivi individuali e collettivi è sacrosanto, valutarne il raggiungimento anche, ma tutto questo deve avere lo scopo di migliorare il servizio all’utenza, di stimolare il personale a lavorare meglio coinvolgendolo nella missione di servizio pubblico, non è un esercizio che si riduce a distribuire qualche bonus ad alcuni. Con il salario “a performance” il rischio di arbitrio e di disparità è alto e qualsiasi errore avrà effetti controproducenti, a fronte di vantaggi del sistema dei bonus tutti da dimostrare. Chi lo dice che dove c’è il cosiddetto merito si lavora meglio? Nessun dato è mai stato portato a sostegno di questa tesi, anzi, dove il sistema “a performance” è stato introdotto le critiche sono parecchie. Le persone che non fanno il loro lavoro vanno fermate nell’evoluzione del salario, cosa che la legge attuale già prevede, perché chi non lavora è prima di tutto un peso per i suoi colleghi. Negli altri casi, per stessa ammissione anche dei fautori di questa proposta la grande maggioranza, si lavori sull’amore per la propria professione, sulla motivazione a svolgere il proprio lavoro con dedizione perché lavorare bene è un piacere, lasciando da parte modelli di gestione del personale che offendono la dignita di chi vive del proprio salario. Nessuno ha paura di questa legge: essa è semplicemente ideologica e concettualmente sbagliata. Manuele Bertoli, deputato al Gran Consiglio
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

