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Luca Albertoni - Orari dei negozi: molto rumore per poco
Redazione
11 anni fa

Tra qualche tempo saremo chiamati a esprimerci sul referendum contro la modifica degli orari di apertura dei negozi. La data non è ancora definita, ma poco importa. Ancora una volta si rischia di buttare a mare un minimo compromesso, frutto di anni di discussioni, un numero esagerato di riunioni commissionali, discussioni interminabili in Gran Consiglio ecc. Tutto per una mezz’ora di apertura in più e qualche altra modifica non rivoluzionaria, mentre a qualche chilometro dal nostro confine si stanno tentando esperimenti di aperture di supermercati 24 ore su 24. Forse che il mondo sia cambiato e che nella nostra Repubblica al centro del mondo non tutti se ne siano accorti?

Il dubbio è più che legittimo. Senza arrivare ai casi estremi di aperture illimitate, probabilmente non necessarie né auspicabili, sarebbe comunque opportuno dare un’occhiata a quanto avviene in altre regioni a vocazione turistica (di cui in Ticino ci riempiamo sempre la bocca, salvo poi comportarci in modo spesso antitetico al concetto di accoglienza). Non mi riferisco all’Italia o alle grandi metropoli europee, forse non paragonabili, ma basta fare un salto ad esempio a Zermatt o Crans-Montana, per accorgersi che tutti i negozi sono aperti la domenica.

I supermercati come Migros e Coop dalle 8 alle 19, almeno nel periodo da giugno a ottobre (posso fornire la prova fotografica), mentre altri piccoli commerci aprono dopo le 15 per accogliere i turisti che rientrano dalle più o meno lunghe escursioni nelle montagne circostanti. In nome di una flessibilità che non dovrebbe far gridare allo scandalo. Non mi risulta che Zermatt si distingua per forme di schiavismo e sfruttamento del personale particolari, o che il livello salariale sia particolarmente basso. Né mi risulta un tasso di depressioni da maltrattamenti fuori controllo. E la situazione giuridica vallesana non è molto diversa da quella ticinese, con un contratto normale che regola le situazioni con coperte da contratti collettivi generali o aziendali.

Allora perché da noi si reagisce in un modo viscerale contro ogni possibilità di maggiore flessibilità, che permetta ai commercianti di aprire quando vi sono potenziali clienti e di chiudere quando l’apertura non rende? Si obietterà che da noi vige la legge della giungla, con i frontalieri che invadono il settore e che non vi è un CCL settoriale valido per tutti ecc. A parte il fatto che un CCL del genere non c’è nemmeno in Vallese, la preoccupazione di evitare lo sfruttamento del personale è condivisa anche dalla parte sana del mondo imprenditoriale, che è chiaramente predominante. E con umiltà mi permetto di rilevare che, se anche vi fossero aperture più flessibili e estese, questo non svincolerebbe i datori di lavoro dal rispetto delle norme imperative del diritto del lavoro, che non permettono di impiegare le persone oltre certi limiti.

Se tale limite sono 45 ore, un’azienda che non riesce a coprire le fasce di apertura con il personale a disposizione ha due alternative: non aprire o assumere qualcun altro, secondo una valutazione imprenditoriale e non perché lo Stato dice che è giusto o sbagliato. E ricordo pure che il contratto normale di lavoro introdotto in Ticino per i piccoli commerci perseguiva proprio lo scopo di evitare l’impiego eccessivo di frontalieri a salari ridotti. Senza dimenticare che le grandi aziende (Foxtown in testa, ma anche Migros e Coop ecc.) dispongono di contratti aziendali all’avanguardia. Nel rispetto delle disposizioni legali, dell’ordine pubblico, della quiete pubblica e chi più ne ha più ne metta, sono elementi che meritano spiegazioni da chi si oppone a qualsiasi genere di flessibilità. Prima che sia troppo tardi e che la battaglia sul terreno della competitività con il resto del mondo sia irrimediabilmente persa.

Luca Albertoni, Direttore Cc-Ti

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