
La “Revisione parziale della Legge sull’ordinamento dei dipendenti dello Stato e dei docenti e della Legge sugli stipendi dei dipendenti dello Stato e dei docenti”, su cui saremo chiamati a votare il prossimo 28 novembre, è basata su tre pilastri: il salario al merito, la gestione per obiettivi e la valutazione del singolo e del settore. Ad essere contestato è essenzialmente il primo punto, ossia il salario al merito. Esclusi dalla riforma sono docenti e magistrati. I contrari all’introduzione di una qualsiasi forma di meritocrazia nell’amministrazione cantonale tentano fantasiosi parallelismi con i bonus delle grandi banche, puntando sull’impopolarità di queste ultime: ma il paragone non regge già per le cifre. Nell’oggetto in votazione si parla di una componente di merito che oscillerebbe tra l’1.5% e il 3% dello stipendio. Sicché, ancor più che la cifra in sé, conta il principio. L’impiego dell’amministrazione cantonale già presenta caratteristiche diventate (purtroppo) avulse nel contesto lavorativo attuale: dal posto “garantito” alla cassa pensioni in base all’ultimo stipendio e non ai contributi versati. Intendiamoci: tanto meglio per chi questi vantaggi li ha, ma ciò non giova particolarmente all’immagine del funzionariato pubblico tra la maggioranza della popolazione, che queste agevolazioni non le ha per sé, ma le finanzia ad altri. A questo si aggiungono gli scatti salariali automatici, oggetto della votazione. E’ corretto che il funzionario “marito dell’ape” goda di aumenti salariali in base solo allo scorrere del tempo, e li riceva anche se lavora male, quando si sa benissimo che la stessa persona nell’economia privata non durerebbe sei mesi? Ma soprattutto: se si trattano tutti allo stesso modo, volonterosi e scaldasedie, che stimolo può avere il dipendente statale impegnato e coscienzioso a continuare su questa strada? Il risultato di un simile sistema, è lampante, non può che essere un appiattimento verso il basso. Se fare 80 e fare 120 è la stessa cosa, tutti finiranno prima o poi col fare 80. Come recita il titolo di una recente iniziativa popolare (pur riferita ad altro contesto): “le pacche sulle spalle non bastano”. Gli oppositori della riforma, a partire dai sindacati del pubblico impiego, asseriscono che riconoscere il merito aprirebbe le porte all’arbitrio: a venire premiato sarebbe, a loro dire, non già il funzionario efficiente sul lavoro, ma quello efficiente nella “leccata”. Lascia leggermente perplessi questo atto di sfiducia da parte del sindacato dei funzionari nei confronti di… funzionari (quelli chiamati a decidere sul “merito”). Ma ancora più perplessi lascia l’alternativa proposta, ossia sanzionare il demerito. Facoltà già adesso esistente ma inapplicata (e un qualche motivo ci sarà), non si capisce come la sanzione del demerito possa risultare meno arbitraria del premio al merito: se quest’ultimo premiasse gli immanicati, alla stessa stregua l’alternativa bastonerebbe chi non sa rendersi simpatico. Il premio al merito, l’incentivo a chi lavora bene nell’interesse dei cittadini, è un principio al limite dell’ovvio, applicato peraltro dalla grande maggioranza dei Cantoni e dalla stessa Confederazione: trattare allo stesso modo il collaboratore valido e l’imboscato nuoce al collaboratore valido, e lo demotiva, e nuoce pure all’immagine pubblica del funzionariato nel suo complesso. Con questo non si vuol dire che la riforma in votazione, se approvata, sarà priva di difficoltà nell’applicazione. Ma vista anche l’entità non stratosferica delle cifre in ballo, l’innovazione ha soprattutto valenza concettuale; un “cambiamento culturale all’interno dell’amministrazione pubblica” per usare una frase abusata. Non c’è gran rischio che la riforma provochi l’apertura, nei palazzi dell’amministrazione cantonale, di olimpiadi invernali della piaggeria, o che porti a epidemie di infiammazioni ai muscoli linguali nel tentativo di aggiudicarsi scatti salariali meritocratici. La riforma non è perfetta; ma non dare quest
© Ticinonews.ch - Riproduzione riservata

