
Il recente sondaggio "Barometro delle Opportunità", condotto dall'istituto Sotomo su mandato di Strategiedialog21, ha fotografato una percezione diffusa di inadeguatezza delle forze armate elvetiche: più di tre quarti degli interpellati dubita che la Confederazione sia sufficientemente preparata a fronteggiare minacce convenzionali e ibride. La Società Ticinese degli Ufficiali prende atto di questi risultati, ma ritiene doveroso offrire un quadro più preciso e articolato della realtà.
Pare ragionevole pensare che l’opinione della cittadinanza fotografata da Sotomo, si basi sulle dichiara-zioni rivolte ai media dallo scoppio del conflitto in Ucraina. L’allora capo dell’esercito, comandante di corpo Thomas Süssli, aveva rivelato che la capacità di difesa dell’esercito non sarebbe andata oltre un paio di settimane. In epoca più recente, il suo successore, comandante di corpo Benedikt Roos, lo scorso 26 marzo ha ribadito le difficoltà nel rifornimento di munizioni e nel rinnovare i sistemi d’arma.
Nelle conclusioni da trarre non bisogna però incorrere nell’errore di estendere l’inadeguatezza dell’ambito tecnico-logistico alla capacità di condotta. Dietro le cifre del sondaggio si cela una realtà ben più solida. L'esercito svizzero ha saputo infatti preservare nel tempo un patrimonio di conoscenze militari di prim'or-dine. La formazione dei quadri così come quella tecnica impartita ad ufficiali, sottufficiali, specialisti e sol-dati, continua a essere curata con rigore e professionalità, in linea con i più elevati standard delle forze armate degli altri Paesi. Le scuole militari, i corsi di avanzamento e le esercitazioni congiunte garantiscono un livello dottrinale che non ha nulla da invidiare alle realtà europee più strutturate. Il know-how accumu-lato in decenni di servizio resta intatto, e costituisce una base preziosa su cui l'intera istituzione può con-tare.
Un dato che i sondaggi d'opinione faticano inoltre a cogliere è il rinnovato slancio motivazionale che si registra tra le reclute e i giovani ufficiali. Il contesto geopolitico attuale, con il conflitto in Ucraina e le crescenti tensioni ai confini dell'Europa, ha restituito all'impegno militare un senso di concretezza e ur-genza che per anni era mancato. Chi serve oggi nell'esercito svizzero lo fa con consapevolezza e senso di responsabilità verso la collettività, convinto che il proprio contributo abbia un valore reale. Questa ac-cresciuta motivazione è forse il segnale più incoraggiante che emerge dall'interno dell'istituzione, lontano dai riflettori dei media e dalle rilevazioni statistiche.
È corretto riconoscere che permangono carenze strutturali, ben note all'interno dell'istituzione militare stessa. Le lacune più significative riguardano l'ambito logistico, dalle scorte di munizioni alla capacità di protezione, e il rinnovamento di alcuni settori dell'equipaggiamento. Queste mancanze sono figlie di anni di riduzione dei budget, frutto di una stagione politica in cui la pace sembrava acquisita e la difesa veniva percepita come un costo superfluo. Oggi quella stagione è alle spalle, e il Paese ha finalmente avviato un processo credibile di investimento nelle proprie capacità di difesa.
La Società Ticinese degli Ufficiali condivide la preoccupazione dei cittadini e sostiene fermamente l'obiet-tivo di portare il budget della difesa al 2% del PIL entro il 2030. Ma vuole anche essere chiara: una volta colmate le lacune in ambito logistico e di equipaggiamento, l'esercito svizzero disporrà di tutti gli elementi per essere pienamente operativo ed efficace. Il capitale umano, la formazione, la dottrina e la motivazione ci sono già. Quel che serve ora è la volontà politica, e le risorse, per completare il lavoro. L'esercito sviz-zero non è un'istituzione in declino: è un'istituzione che attende di essere messa nelle condizioni di espri-mere appieno il proprio potenziale.

