
Nella mia veste di medico e di uomo segnato dal dolore ho assistito alla morte di persone a me molto care o comunque vicine per legami famigliari, di lavoro, idee e progetti condivisi. Non è però del dolore per il distacco terreno dei nostri cari ciò di cui desidero qui parlare. L’orrore che mi lascia annichilito e senza parole è invece qualcos’altro: è il modo con il quale la medicina contemporanea si è progressivamente sbarazzata dell’Essere Umano per occuparsi elettivamente dell’organo malato o della funzione lesa. Purtroppo posso testimoniare di molte, moltissime situazioni che si ripetono tutte uguali nella loro drammatica tragicità, come pure nella banalità di un male che ci domina, ci sovrasta e invade, tutti. Nella loro algida crudezza dove il conforto non giunge dai medici ma – se possibile e quando possibile – dal personale paramedico o da persone estranee all’équipe curante: da persone, cioè, che non hanno ancora dimenticato il senso della cura, del curare e dell’accompagnamento dell’Uomo negli ultimi momenti della sua esistenza terrena. Finché la medicina si ostinerà a dimenticare l’Essere Umano l’Arte Medica non potrà ergersi al di sopra di una qualsiasi altra pratica amministrativa o negozio umano. In questo senso essa avendo allora già perso la sua battaglia in partenza. Queste mie semplici quanto amare riflessioni daranno forse fastidio a molti propugnatori di una tecnica medica che di medico non ha oramai quasi più nulla (è di questi giorni la notizia riferita alle consultazioni mediche telefoniche). In quanto tale essa si è disgiunta dalla pratica della cura, dell’assistenza e dell’ accompagnamento dell’ Uomo nel suo divenire ultimo. Il sonno della ragione genera mostri? Ne abbiamo qui la conferma; ma non voglio e non posso in questa sede entrare nei dettagli. Tutti noi, purtroppo, ci stiamo sfortunatamente quanto sciaguratamente abituando docilmente a frequentarli questi “mostri” dall’aspetto rassicurante. Attenzione allora a questo fatale e perverso meccanismo con il quale si confonde la tecnica con la cura, l’organo malato con l’Uomo sofferente, il gesto tecnico con il senso del nostro addivenire e la muta richiesta di aiuto dell’uomo solo con se stesso e il suo dolore. Attenzione dunque a questa subdola forma di demedicalizzazione da parte di una professione peraltro nobile e indispensabile, direi consustanziale, al concetto stesso di esistenza e di vita in senso proprio. Ma se vogliamo andare ancora più a fondo in questa analisi di un fenomeno tanto epocale e insidioso come quello che stiamo vivendo in questa battaglia per la vita, beh, allora non possiamo esimerci dal fare alcune considerazioni ancora più radicali. E cioè a tutto quanto fa riferimento a questioni fondamentali come l’amore e la passione per l’Uomo, la dignità del suo percorso esistenziale, il mistero della vita, il senso della malattia e della sofferenza, il sintomo come espressione della nostra impotenza ed impossibilità ad essere e, ancora, l’essere di desiderio che tutti noi siamo, la verità di cui siamo depositari, il destino che abbiamo contribuito a tracciare con il nostro sintomo, ecc. Tutto ciò ha ancora un posto in questa nostra corsa verso la performance coatta ed l’effimero successo a tutti i costi? Verso un benessere materiale che, al punto in cui siamo, è lecito anche mettere ora in discussione? Ma soprattutto, siamo consapevoli del fatto che l’accettazione passiva di questo modello esistenziale rappresenta un insulto alla vita e che questa forma di disprezzo per l’Uomo è semplicemente assurda e senza prospettive? Possiamo allora ancora sperare di credere ad un futuro in funzione di queste premesse? Detto ciò, personalmente credo però che tutti noi siamo ora molto vicini ad una svolta dal momento in cui saremo in grado di poter ritrovare la nostra dignità di Esseri Umani e sottrarci così a questo imbarbarimento e svilimento con il quale subdolamente stiamo perdendo la nostra finalità e liberta di esseri pensanti e cercatori di senso. A quel momento avremo finalmente corre
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