LEANDRO DE ANGELIS
Il mondo cambia, il lavoro pure
18 giorni fa
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Secondo un’indagine di 20 Minuten, sempre più giovani mirano a lavori a tempo parziale. Sono subito giunti commenti catastrofisti di chi prevede il collasso dell’AVS e la fine del benessere del paese, secondo me fuori luogo.

Questo cambiamento nei desideri dei giovani è comprensibile poiché riflette le mutazioni che la società sta vivendo. Primo, nella generazione dei miei genitori era scontato che, una volta avuti dei figli, la donna sarebbe rimasta a casa, mentre l’uomo avrebbe potuto dedicarsi alla carriera. Secondo, con la digitalizzazione la produttività è esplosa, ma il lavoro diventa sempre più “invasivo”. Se prima si usciva dall’ufficio e ci si lasciava tutto alle spalle, oggi non è più così. Col telefono in tasca si è sempre raggiungibili e la difficoltà a separare lavoro e vita privata aumenta il carico psicologico. Terzo, sta cambiando (e per fortuna, anche se troppo lentamente) ciò che le persone vogliono dalla vita e questo a causa del contesto storico. La generazione dei miei nonni ha vissuto la devastazione della guerra e in seguito è stata mossa dal bisogno di scappare da condizioni di vita precarie, talvolta dalla povertà. Quella dei baby boomers è nata in pieno boom economico seguito da decenni nel quale l’unico mantra era quello di aumentare i consumi. Si doveva puntare ogni anno a una casa più grande, un’auto più pesante e più elettrodomestici in casa. La mia generazione è nata in un contesto diverso. Quasi tutti viviamo una ricchezza che 70 anni fa era semplicemente inimmaginabile (chi mai si sarebbe potuto permettere di volare in vacanza?) e ci troviamo davanti a sfide completamente differenti, dalla crisi climatica e ambientale passando per l’aumento delle tensioni sociali e i disturbi mentali. La crisi climatica ci dice che i nostri consumi stanno compromettendo la base naturale dalla quale la nostra vita dipende, mentre i numerosi burnout testimoniano che, in un mondo digitalizzato e di pari opportunità per uomo e donna, non si può continuare a lavorare al 100%, senza preoccuparsi di altro e magari anche con un ambiente di lavoro per nulla piacevole.

Sono convinto che il cambiamento sia auspicabile e che sia possibile effettuarlo senza compromettere la produttività dell’economia. Al consumo materiale (auto, casa grande, ...) sempre più persone prediligono un aumento del tempo libero, che si traduce comunque in attività economica (ristorazione, benessere, ...), ma arrecando meno danni alla base naturale del pianeta. I giovani lavorano meno ore, ma in compenso hanno quasi tutti un impiego remunerato, sia uomini che donne, e vanno meno in burnout che se lavorassero al 100%. La sfida maggiore alla previdenza sociale non è data dal modo in cui si lavora, ma dal numero sempre maggiore di pensionati. La soluzione a questo problema deve basarsi su tre pilastri: immigrazione quanto basta (per compensare il calo di natalità degli Svizzeri), prolungamento dell’attività lavorativa (soprattutto per chi comincia a lavorare tardi e solo a percentuali ridotte) e aumento della redistribuzione (anche se non con pseudo-soluzioni grossolane in stile Iniziativa 99%). Infine, i datori di lavoro devono adattarsi al cambiamento e trovare il modo di combinare posizioni di responsabilità con percentuali ridotte e condizioni attrattive, ciò che in molti stanno già facendo. Se queste riforme avranno luogo, riusciremo anche in futuro ad avere un’economia performante e uno stato sociale stabile, il tutto vivendo più in sintonia con l’ecosistema dal quale tutto, dall’economia alla salute, dipende.

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