
Il caso Tim in Italia ci ricorda la scelleratezza dell’ultimo decennio del Novecento devoto alle privatizzazioni. Il ruolo strategico delle telecomunicazioni per una nazione è stato messo a repentaglio dal giugno di quest’anno con l’ingresso di Iliad, operatore mobile francese della stessa proprietà di Free Mobile, nel mercato italiano con un’offerta-killer particolarmente vantaggiosa. Le conseguenze non si sono fatte attendere e le notizie delle ultime settimane parlano di decine di migliaia di posti di lavoro cancellati. Un'altra recente notizia riporta che gli ex-dirigenti di France Telecom dovranno rispondere davanti alla giustizia delle decine di suicidi dei dipendenti alla fine del primo decennio del 2000. Queste sono tipiche contraddizioni fomentate dal libero mercato, che si vuole grande benefattore dei consumatori, senza riflettere sul fatto che i consumatori sono a loro volta lavoratori.
Ed è così che nel grande mercato prevalgono le strutture aziendali snelle, quelle con contratti ultraflessibili a scapito della dimensione sociale tipica delle aziende statali d’antan. L’unico obiettivo è ottenere il prezzo più basso, a cui tutte le altre considerazioni devono piegarsi. In questo modo il rischio più grande non riguarda solo la crescente concorrenza tra lavoratori precari ma la spogliazione dello Stato di qualsiasi strategia nazionale.
La digitalizzazione è il condimento di qualsiasi discorso odierno, ma raramente si parla anche di un diritto alla tecnologia: uno smartphone, un computer, un collegamento internet sono strumenti fondamentali per esercitare con pienezza i diritti del cittadino e per essere appetibili nel mondo del lavoro. Lo Stato deve poter garantire l’accesso a questi strumenti a tutta la popolazione, in modo democratico e quindi senza inganni, senza sfruttamento dei lavoratori e senza le condizioni imposte dal cda di un’azienda privata.
Swisscom, che ha già subito la liberalizzazione del mercato ed è oggi a partecipazione statale, è uno dei titoli più attrattivi dello SMI con un rendimento dei dividendi del 5%, fa quindi molta gola ad operatori privati che se ne pregustano l’acquisto. Lo Stato dovrebbe riconoscere l’importanza strategia di un operatore di telecomunicazioni pubblico, in grado di sviluppare in modo indipendente gli strumenti della democrazia del futuro: libero accesso ad informazioni ed approfondimenti obiettivi, spazio sui media equamente ripartito per tutte le forze politiche, sviluppo di tecnologie per il voto elettronico, sicurezza dei dati, dispositivi elettronici inseriti nell’istruzione pubblica e sussidiati per un utilizzo democratico. Ecco il valore strategico che, i consumatori ingannati dalle promesse di prezzi accattivanti, hanno sacrificato sull’altare delle privatizzazioni. Non solo il campo delle telecomunicazioni è toccato dalla schizofrenia del libero mercato, un altro esempio riguarda le FFS, deprecabili per la loro condotta a Sud della Alpi ma ancor più deprecabile il Consiglio federale che ha autorizzato un nuovo concorrente nel mercato dei trasporti: i bus a lunga percorrenza. Senza voler fare nessun moralismo per chi questi bus è costretto a prenderli perché non può permettersi di viaggiare ad altri prezzi, si vuole fare invece la predica alla scelta politica completamente antitetica all’investimento miliardario in favore del trasporto su rotaia potenziato con Alptransit.
L’Associazione per la difesa del servizio pubblico promuove regolarmente dibattiti e discussioni su questi temi, importanti oggi più che mai, constatando una completa deriva della visione statale del bene comune.
Lea Ferrari e Rudi Alves, membri del Partito Comunista
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