
7 settembre 2015: Consiglio agricoltura straordinario, convocato dalla presidenza di turno lussemburghese dell'Ue a Bruxelles. A dare manforte ai ministri è la protesta di duemila produttori ortofrutticoli, lattiero-caseari e di carne suina e bovina europei. Sono presenti anche le delegazioni svizzere dell'Unione Svizzera dei Contadini e del sindacato Uniterre, entrambe attive per reclamare nel nostro paese prezzi giusti ai produttori.
Del 21 agosto è il comunicato dell'USC che chiede un'azione concreta al rialzo dei prezzi dei produttori. Da diversi anni il sindacato Uniterre conduce la battaglia del litro di latte a 1 Fr. Non si tratta di tornare al sistema di sostegno dei prezzi delle precedenti politiche agricole, disfunzionale in quanto causa della sovrapproduzione. Questa è una lotta per la giustizia in un mercato che si vuole libero ma è dominato da pochi gruppi danarosi e potenti, le cui falle sono coperte dall'intervento statale con le sovvenzioni.
In Germania, a fronte di un costo medio per la produzione di latte di 45,64 cts al litro, gli agricoltori ricevono 31,03 cts. In Svizzera i costi di produzione sono più alti, da 109 a 86 cts al litro di latte, e i nostri produttori ricevono in media 55 cts. La formazione del prezzo corrisponde ai rapporti di forza vigenti sul mercato, dove le quattro grosse aziende agro-alimentari Emmi, Cremo, Hochdorf ed Elsa (Migros), operando praticamente come compratori monopolistici, gestiscono il 75% del mercato e fissano prezzi molto più bassi di quelli che i 23'000 produttori svizzeri si dovrebbero aspettare. Nonostante i principi strettamente liberisti perseguiti dall'attuale direttore dell'Ufficio federale dell'agricoltura (UFAG), Bernard Lehmann, già professore di economia agraria al Politecnico federale di Zurigo, che crede visceralmente in un possibile avvicinamento del prezzo del latte svizzero a quello europeo, la base rurale non si è per niente arresa all'idea di un'agricoltura per definizione deficitaria e sussidiata.
Lo spettro della sovrapproduzione, pur non essendoci più il contingentamento, sembra ormai appartenere al passato, i laghi di latte e le montagne di burro non dovrebbero più proporsi nel nostro paese, infatti il numero di aziende agricole con vacche da latte si è molto ridotto come effetto della bassa reddittività, del molto lavoro ingiustamente retribuito e delle politiche agricole. L'attuale programmazione dovrebbe ridurre del 15% il numero di capi di bestiame in Svizzera, poiché possedere animali è ora correlato ad un minimo di superficie utilizzata. Gli obiettivi della politica agricola procedono ad un cambiamento strutturale che dal mio punto di vista dovrà valorizzare la prossimità, il biologico, le filiere corte, le attività agrituristiche e didattiche, la vendita diretta e la trasformazione di prodotti de-standardizzati in forme cooperative che possono garantire un reddito maggiore, diminuendo pure l'impatto ambientale.
Esempi concreti sono i caseifici nelle valli che trasformano prodotti unici con un latte di alta qualità. Un altro sforzo utile può venire dalle istituzioni pubbliche nel favorire l'approvvigionamento di mense ed ospedali con prodotti regionali, educando ai valori di un «cibo buono, pulito e giusto». A Bruxelles e a Berna devono giungere queste parole: l'agricoltore deve riacquistare la propria dignità come attore essenziale di ogni economia, al pari del trasformatore e del distributore.
Lea Ferrari, candidata al Consiglio Nazionale per il Partito Comunista (lista 12)
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