Alessandro Speziali
Le mani sporche – di lavoro
Redazione
25.10.2026 08:35

Foto: © CdT/ Chiara Zocchetti
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La congiunzione «ma» è dotata di un potere magico:
quello di annullare tutto ciò che è stato detto o scritto prima di lei. Ce lo
hanno mostrato bene, negli scorsi giorni, diverse annacquatissime parole di
circostanza che – dal campo progressista – sono giunte a commentare le violenze
dello scorso weekend, che in Francia hanno visto prese d’assalto 3.000
(tremila!) attività commerciali. «Condanniamo le violenze, ma…»
Anche in Ticino, abbiamo sentito ragionamenti, alcuni
più artificiali del wrestling, che con la scusa di spiegare la violenza
non hanno fatto altro che giustificare i suoi autori. Un esempio su
tutti, il movimento «Sciopero per il clima Ticino» con il suo comunicato del 20
ottobre: senza vergogna (e di sicuro senza ironia) scrivono che le autorità
hanno «le mani sporche del sangue [sic] della nostra generazione» e ammettono
che «la violenza è forse proprio ciò che la politica ticinese e svizzera si
meriterebbe».
Se fosse stata un’altra fazione (un gruppo di destra,
una congrega «no vax» o una banda di motociclisti) a mettere nero su bianco una
simile minaccia, neanche troppo velata, probabilmente
parleremmo di prove generali per l’insurrezione. Ma si sa che chi si considera
dalla parte giusta della Storia, da sempre, si arroga anche il diritto di
sospendere, per sé, le regole che valgono per tutti gli altri.
Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire:
vediamo riaffiorare le ombre di certa sinistra radicale, rimasta con il cuore
agli anni Settanta. È questa l’origine della gran fatica nel congedarsi da un
certo tipo di violenza, quella dei «compagni che sbagliano»: è così che la
condanna inciampa nei distinguo e la scusa della comprensione nasconde la
voglia di giustificazionismo.
Una parte della sinistra ha preso le distanze dalle
violenze degli scorsi giorni: bene. Se sia una presa di distanza sincera
lo vedremo. Il passo successivo sarà isolare anche chi tenta di conferire
rispettabilità alla sopraffazione.
Il pericolo è cancellare l’idea che esista, nella vita
di ognuno di noi, anche una responsabilità individuale, riducendo ogni crimine
e malessere a un fallimento politico. In questa prospettiva distorta, i
delinquenti che devastano, rubano e incendiano beneficiano di sistematica
indulgenza, «perché il sistema non li ha ascoltati abbastanza». I negozianti
che subiscono vetrine sfondate e polizze assicurative raddoppiate, invece, non
contano nulla: quel che conta è impartire l’assoluzione ideologica a chi li ha
colpiti.
Chi è sceso per strada in modo pacifico – chiedendo
docenti presenti, edifici scolastici dignitosi e opportunità formative migliori
– pone questioni serie al resto della società. Confonderlo con chi devasta
significa mortificarne le ragioni e fornire un alibi ai violenti. Perché non
c’è dignità né messaggio politico in un negozio dato alle fiamme.
Nella Svizzera del 2026 nessuna insufficienza delle
istituzioni autorizza il ricorso alla violenza e solo uno solto può pensare di
paragonare la situazione del Ticino a quella delle periferie francesi. La
nostra scuola riceve risorse consistenti e stanziamenti in costante aumento.
Questo non ne risolve tutti i problemi, certo, ma dipingerla come un servizio
abbandonato è una caricatura che ridefinisce il concetto di disonestà
intellettuale.
Il nostro Paese ha costruito scuole, formazione
professionale, ospedali, infrastrutture e protezioni sociali che hanno offerto
a milioni di persone l’opportunità di trovare il loro posto nel mondo. C’è
tanto da migliorare, certo, ma dire che «non è stato fatto nulla» è
semplicemente un’enorme bugia. Questo, tra parentesi, vale anche per il clima. Nel
2024 le emissioni interne svizzere erano inferiori del 27,3% rispetto al 1990.
Il lavoro non è finito, ma cancellare quanto è stato fatto e dipingere le
istituzioni come deliberatamente ostili alla vita dei giovani è una
mistificazione.
Altro che «mani sporche di sangue». Questo Paese è
stato costruito da generazioni di mani sporche di lavoro. Le mani di persone
umili che hanno costruito, insegnato, curato, risparmiato e pagato imposte.
Svizzeri e immigrati, donne e uomini, insieme, hanno lasciato a chi viene dopo,
cioè a noi, un patrimonio di libertà, compresa quella (sacrosanta) di
protestare. Disprezzare questo patrimonio non è un programma politico.
Per il PLR, libertà e responsabilità sono inseparabili.
Richiamare questo connubio non ha nulla di reazionario. Come società abbiamo il
compito di lavorare, collettivamente, per correggere le ingiustizie; nessuno,
però, ha il diritto di scaricare sugli altri le conseguenze dei propri gesti.
Come adulti abbiamo il dovere di ascoltare e anche di
comprendere i giovani. Poi, però, bisogna anche avere qualcosa da dire loro con
autorevolezza, senza bisogno di manganelli. Spiegare loro che
il mondo va ricostruito a ogni generazione e che il nostro benessere non è
acquisito per sempre, ma richiede studio, fatica, fallimenti e perseveranza.
Il mondo adulto ritrovi la sua voce e, prima ancora,
il coraggio di usarla. E chi interviene nel dibattito pubblico sia pronto a
rispondere delle proprie parole. Soprattutto quando servono a giustificare chi
distrugge il mondo che tutti diciamo di volere migliorare.
Alessandro Speziali, presidente PLRT

