
Decisamente, siamo “malsegnati”, come si dice nel mio paese, Gnosca. Parlo di noi comproprietari del Grand Hôtel di Locarno, perché, una volta ancora, siamo messi ingiustamente alla gogna. Già nel 2003 eravamo stati accusati di “tranquillamente sabotare gli sforzi della comunità”, per conseguire “il massimo profitto personale… anche a costo dell’impoverimento generale”; di mettere la collettività “di fronte al ricatto: o tu comperi o io demolisco (il Grand Hôtel)”, concludendo, “e noi ticinesi dobbiamo proprio rassegnarci a farci regolarmente scippare e stravolgere, per gli interessi e l’insensibilità dei pochi?” (La Regione Ticino del 10 luglio 2003). Invece, come ho dimostrato nell’articolo apparso sui tre quotidiano del Cantone, il 13 luglio 2003, se oggi il Grand Hôtel esiste ancora è solo grazie ai nostri sacrifici passati e presenti, come ne ha dato atto, in quella occasione, lo storico Wolfgang Oppenheimer; non solo, ma chi ha sabotato la grandiosa ristrutturazione del Grand Hôtel in un albergo a cinque stelle e l’insediamento del Casinò nello stesso, sono stati lo “establishement” che gravita nel e attorno al Kursaal e le Autorità comunali, cantonali e federali, primi fra tutti i Consiglieri federali Pascal Couchepin (Ministro della Cultura, per rendere servizio a un amico, dopodiché non manca occasione per proclamare “urbi et orbi” che bisogna salvare il Grand Hôtel) e Ruth Metzler (nella speranza di salvare il “cadreghino”, grazie a qualche voto radicale che, per fortuna della Repubblica, non ha ottenuto). La storia si ripete, perché sabato scorso, i quotidiani ticinesi e svizzeri tedeschi, hanno dato ampio spazio alla decisione dell’avv. René Schweri “imprenditore elvetico… che si era prefisso di rinnovare e rimettere in funzione il Grand Hôtel di Locarno (stabile di valore storico)”, al punto “di far sognare il Locarnese, di gettare la spugna”. Perché? Perché, dice il comunicato dell’avv. Schweri riportato dai quotidiani, “gli attuali proprietari del Grand Hôtel non si sono dimostrati disposti ad estendere ulteriormente il diritto di acquisto, in attesa della presentazione del progetto, alle stesse condizioni concesse finora”. E’ semplicemente assurdo, perché il 22 ottobre 2008, nel mio Studio, le parti hanno raggiunto un accordo verbale, in base al quale il diritto di compera veniva prorogato fino al 31 dicembre 2009 alle stesse condizioni dell’accordo del dicembre 2007, salvo il versamento della pena di recesso in una volta sola, anziché in due. A seguito di che, l’avv. Giancarlo Dazio, legale dell’avv. Schweri, ha preparato il progetto dell’atto notarile e io ho provveduto a redigere le procure di due comproprietari che non avrebbero potuto partecipare alla pubblicazione dell’atto. Successivamente, a seguito di una modifica relativa alla destinazione dei piani in caso di mancato esercizio del diritto di compera (chiesta dall’avv. Schweri stesso), seguirono alcune trattative verbali e scritte. Non essendo stato possibile accordarsi su detto dettaglio, i comproprietari hanno ribadito il loro impegno a sottoscrivere l’accordo verbale del 22 ottobre 2008. L’avv. Schweri, invece, ha opposto un netto rifiuto, pretendendo che le trattative relative ai piani avrebbero annullato l’accordo verbale del 22 ottobre 2008. A scanso di ogni equivoco, l’impegno dei comproprietari a perfezionare formalmente l’accordo verbale, è stato da me confermato con lettera 23 dicembre 2008 all’avv. Schweri, lettera che terminava facendogli presente che noi comproprietari abbiamo “eine ganz andere Meinung über die mündliche Uebereinstimmung” (una totale diversa concezione degli accordo verbali). Detta lettera è rimasta senza risposta. Non ho finito, perché, a riprova della nostra correttezza e della nostra buona volontà, dichiaro pubblicamente, anche a nome degli altri comproprietari, che siamo, oggi ancora e fino alla fine di questo mese, disposti a sottoscrivere l’accordo 22 ottobre 2008 e l’
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