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Lara Filippini - Menznau: non confondiamo causa ed effetto
Redazione
13 anni fa

La sparatoria di Menznau ha fatto parlare tutta la stampa svizzera, spesso anche a sproposito; i titoli dei telegiornali ne sono un ottimo esempio in quanto cercano di attirare l’attenzione focalizzando quest’ultima su ciò che fa più emotivamente effetto. I media in generale infatti - notoriamente di tendenze sinistroidi - non hanno mancato l'occasione per attribuire la responsabilità dell'accaduto al troppo facile possesso di armi da parte dei cittadini svizzeri, come al solito volutamente confondendo causa ed effetto. Dalla massa di informazioni con cui quotidianamente entrano in contatto infatti, solo alcune vengono fatte emergere in superficie cercando di suscitare nel telespettatore/lettore quella giusta dose di emozioni (oserei dire di pancia) che lo tengano incollato alla notizia in quel momento e nei giorni seguenti. Sicuramente uno dei temi più controverso è quello delle armi; controverso in quanto la sinistra tenta ormai da tempi immemori di smantellare l’esercito e, di conseguenza, i valori che sono ancorati nel nostro essere svizzeri, quasi ce ne dovessimo vergognare invece che esserne fieri. Enfatizzando i tratti della tragedia si riesce a creare nelle persone più sensibili una repulsione verso l’arma, e siccome le notizie quando escono non sono mai complete ma parziali, purtroppo il danno di immagine è già fatto. Si cerca dunque da tempo di smantellare più o meno apertamente l’esercito con iniziative di ambienti di sinistra, mentre i media, con questo approccio un po’ troppo superficiale al fatto, vogliono dimostrare come questo sia l’ennesima prova di quanto sia pericoloso possedere armi al proprio focolare. È sempre stata tradizione da parte di noi svizzeri tenerci l’arma di servizio a casa, eppure questi episodi vengono fatti apparire come fatti quotidiani, di cui temere per la nostra propria incolumità. Nessuno di noi vuole negare la gravità dell’episodio tuttavia, se ben si guarda, il problema sta a monte: infatti non sta nella detenzione dell’arma – tra l’altro si lasciò sottintendere che fosse l’arma d’ordinanza dell’esercito quand’era invece una Sphinx - quanto nell’ormai triste prassi amministrativa delle naturalizzazioni. I cittadini svizzeri, sia uomini che donne, hanno infatti creato un corretto rapporto con l’arma, anche grazie alla nostra tradizione di tenerci l’arma d’ordinanza presso il nostro domicilio ben consapevoli dell’importanza di custodire un oggetto che protegge la patria e la popolazione in caso di guerra. Naturalizzare uno straniero dunque non dovrebbe essere cosa da poco, ma lo sta diventando, con il rischio appunto che (a volte) la loro provenienza li può fare “importare” anche usanze ormai arcaiche, come la “difesa dell’onore” oppure il “regolamento di conti” con l’arma da fuoco. Salvo il fatto del casellario giudiziale sporco, raccogliendo i documenti che per legge vengono richiesti, più qualche lettera da parte del datore di lavoro, di qualche amico e di conoscenti, che sostengono la riuscita integrazione del soggetto, tutti possono oggi facilmente brandire tra le proprie mani quell’ormai divenuto un “pezzo di carta” rosso con al centro una croce bianca: il passaporto svizzero. Sì, pezzo di carta, perché ormai quello è diventato, null’altro che un documento qualsiasi da richiedere, da riporre nel cassetto della scrivania ed esibirlo non con orgoglio e senso di appartenenza, ma solo quando serve; ad esempio per esser sicuri di non esser rimandati al proprio paese d’origine nel caso di qualche “marachella”. Peccato che qui molte persone innocenti, che erano in mensa durante la pausa lavoro abbiano perso la vita, eppure le avvisaglie che qualcosa non andava c’erano tutte; infatti un suo collega sostiene che da diverso tempo parlasse e si rispondesse da solo. Proprio la sinistra che si indigna di fronte a questi fatti, che fa leva sull’arma usata, dovrebbe fare qualche rifles

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