
Ogni mattina, prima ancora di guardare fuori dalla finestra, Lucia accendeva la radio. Non lo faceva per abitudine, ma per orientarsi. La voce che usciva dall’altoparlante parlava di Chiasso, Bellinzona, Lugano, Locarno, Valle Maggia, di un incidente sull’A2, di una seduta del Gran Consiglio. Parlava piano, senza urlare. Parlava la sua lingua. Quando era ragazza, quella stessa radio gli aveva fatto scoprire che il Ticino non era solo un angolo stretto tra lago e montagna, ma una parte viva di un Paese più grande. Le notizie dalla Svizzera francese, i racconti dai Grigioni, le votazioni spiegate senza slogan: tutto passava da lì, attraversando il Gottardo come un filo invisibile. Poi, col tempo, qualcosa cambiò. Prima sparì un programma culturale, poi una trasmissione di approfondimento. Le notizie regionali si fecero più brevi, più lontane. «Ottimizzazione», dicevano. «Risparmi necessari». Lucia cominciò a sentire un silenzio nuovo, strano. Un silenzio che non era assenza di rumore, ma di riconoscimento.
Sul telefono, intanto, arrivava di tutto. Video veloci, notizie gridate, opinioni mascherate da fatti. Ma nessuno parlava del suo quartiere, del suo lavoro, della sua realtà. Nessuno spiegava cosa significasse davvero votare su un tema complicato. Nessuno si prendeva il tempo. Il giorno della votazione sull’iniziativa, Lucia rimase qualche secondo in più davanti alla scheda. Non stava pensando ai soldi, a quei 80 cts al giorno per accedere a qual mondo. Stava pensando a quella voce che, per anni, gli aveva fatto compagnia al mattino. A quel legame fragile ma essenziale che teneva il Ticino dentro la Svizzera. Votò sapendo che certe cose, una volta perse, non tornano. E che restare visibili, a volte, è una scelta.
Matteo Quadranti, notaio

