
Pascal Couchepin, il nostro Consigliere federale, disse tempo addietro che non avrebbe più tenuto allocuzioni per la festa del primo d’agosto, se non in veste di Presidente della Confederazione, perché dopo quattro o cinque volte ciò che aveva da esprimere lo aveva espresso.
Sostanzialmente pensai e penso che abbia ragione. Una persona, pur arricchendo e modellando intelligentemente le proprie idee nel percorso della sua vita, se dentro di sé sente sinceramente vivi alcuni principi e valori difficilmente li stravolge e li rinnega. Solo percorsi biografici drammatici, come possono essere stati quelli spinti da ideologie accecate dal fanatismo, fanno si che ciò avvenga nella vita di un uomo. Il rischio di ripetersi in queste occasioni vale anche per ben più modeste figure pubbliche che oggi prendono la parola, come posso essere io questa sera con voi. Eppure accogliere l’invito gentilmente rivoltomi da Bedretto mi ha fatto piacere, non per malcelato narcisismo, ma per desiderio di condividere un momento simbolico, che senso ha se significato vogliamo dargli, se soprattutto lo viviamo quale momento di comunicazione fra persone: ascolto, dialogo e riflessione. E non solo su temi di cronaca, che ci accompagnano ogni giorno: non mi soffermerò quindi ad esempio sulla crisi economica mondiale se non di transenna.
Già da giovane pensavo che nessuno potesse vantare il monopolio di “essere svizzero”. Se ciò vale di principio anche in altre nazioni, vale ancor più in Svizzera: realtà non solo linguisticamente ma culturalmente composita. Pur già allora consapevole del fatto che la Svizzera italiana fosse una minoranza delle minoranze nel nostro Paese, e che un’inevitabile egemonia culturale – ma anche economica - fosse data dalla componente germanofona, ho sempre confidato nel fatto che il mio Paese si sarebbe accorto di fare un errore se avesse rinunciato al rispetto delle minoranze, se avesse rinunciato ad approfittare della sua varietà culturale, che in germe altro non è che un laboratorio, seppur privilegiato comparato ad altre realtà ben più tragicamente problematiche del globo, dal quale si può anche imparare come affrontare un mondo estremamente eterogeneo e complesso e potenzialmente quindi conflittuale.
Senza spirito rivendicativo, non comunque illegittimo per un Ticino non più presente in Consiglio federale da molti anni, analoga lungimiranza nel comprendere il plusvalore rappresentato da un caleidoscopio di culture la vorrei poter constatare il prossimo mese di settembre, quando l’Assemblea federale nominerà un nuovo Consigliere federale. Un Consigliere federale di cultura italiana, se evidentemente convincente dal profilo delle sue capacità, sarebbe nell’interesse non solo del nostro Cantone ma della Svizzera intera, non da ultimo nei suoi rapporti con l’estero. Il senso patriottico rischia di essere sentito o come qualcosa di stantio e dal retrogusto nostalgico o serve da scudo protettivo verso ciò che più grande di noi ci circonda e ci fa paura. Credo che sia qualcos’altro: senso d’appartenenza (di cui tutti gli umani sentono la necessità), condivisione di valori, desiderio d’indipendenza e di libertà.
La vera sfida, ed è quella che mantiene vitale una società-nazione, è trasformare un’eredità positiva del passato in un progetto comune e condiviso per il futuro. Per riuscire a fare ciò occorre però uno sforzo critico non indifferente: non adagiarsi su un’immagine di noi stereotipata o, peggio, mitizzata ma identificare quali sono i nostri valori culturali e sociali e tradurli possibilmente in scelte collettive e comportamenti individuali coerenti.
In questo senso la politica spettacolo, la politica più attenta alle strategie di vittoria e presa sugli elettori che non ai contenuti e agli orientamenti non è di aiuto. Il populismo democratico uccide il senso critico delle persone. Atteggiamenti disinvolti a seconda delle convenienze contingenti non consentono inoltre di capire quali scelte di più ampio respiro occorrerebbe compiere, seppur dopo un serrato ma schietto confronto di ide
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