
Quasi tutti assolti. Anche se non potevano non sapere il giro di malaffare mafioso che generava i milioni che hanno guadagnato facilmente – troppo facilmente - negli anni d’oro della loro carriera di cambisti e contrabbandieri. Comunque, ancora una volta l’accusa di organizzazione criminale é stata cassata dai giudici. Del resto l’inchiesta contro la cosiddetta “mafia delle sigarette” puzzava lontano un miglio di dejà vu. Di quei fatti e di quei personaggi si era già sentito parlare ripetutamente anni fa, quando scoppiò il Ticinogate (il caso Cuomo-Verda, per intenderci), e la Procura di Bari lanciò un’offensiva internazionale, cercando di dimostrare che il Ticino era la piattaforma finanziaria e organizzativa del contrabbando di sigarette. I nomi erano gli stessi: Bossert, Della Torre, Varano… Ma la Procura federale se li è letti bene gli atti penali italiani? Sì, perché non è che gli inquirenti pugliesi abbiano spuntato un gran che sul piano giudiziario in tutta questa storia di contrabbando mafioso, dove la mafia era rappresentata dalla Sacra Corona Unita. E poi, perché nessuno si è chiesto chi mai metteva a disposizione dei commercianti “paralleli” di “tabacchi lavorati esteri” i milioni di stecche che finivano nel circuito mafioso del contrabbando? E chi, se non le multinazionali del tabacco? E le autorità portuali e doganali compiacenti di mezza Europa? Perché nessuno le ha mai indagate? Chi ha seguito il caso Cuomo-Verda non può non ricordare che l’offensiva giudiziaria pugliese ebbe una genesi fiscale: al Governo italiano dava terribilmente fastidio, in quegli anni, il fatto di perdere miliardi di lire che avrebbero dovuto finire nelle casse dell’Agenzia delle entrate. Come oggi gli dà fastidio il fatto che i soldi dei ricchi evasori siano protetti dal segreto bancario svizzero. Cherchez l’argent, insomma, più che cherchez la femme, che fu lo slogan giudiziario del processo contro il giudice Verda. Su questo quadro politico-giudiziario, ripreso e attualizzato in modo intempestivo – al limite del temerario, per usare un termine legale - dalla Procura federale, si innestano dubbi e perplessità sul generale funzionamento della macchina giudiziaria sovra-cantonale. Anche sul piano del dimensionamento dell’apparato inquirente (polizia e Ministero pubblico della Confederazione) e giudicante (Tribunale penale federale). Ora, non si vorrebbe che pure in questo settore dell’Amministrazione pubblica insorga la tendenza a crearsi lavoro per giustificare la propria esistenza, professionale e salariale. La parola magica è “organizzazione criminale”, uno dei reati fondamentali che (insieme ad alcuni altri minori) consentono alla Procura federale di avocare a sè inchieste che in caso contrario sarebbero di competenza delle Procure cantonali (vedi caso SUVA, “scippato” al Ministero ticinese in quanto vedeva coinvolto un funzionario federale). Ma non sempre le parole magiche, tipo l’Abracadabra di Alì Baba, aprono le porte della caverna dei quaranta ladroni. Quindi, andiamoci piano. E soprattutto, non si dia l’impressione che a Berna ci sono alti magistrati che pensano che i ticinesi siano un po’ tutti mafiosetti e corrotti. La decisione iniziale di rifiutare agli indagati di questo processo il diritto di scegliersi un difensore ticinese non è stata ben capita dall’opinione pubblica. Anche perché tra quei difensori c’era un avvocato di nome Michele Rusca, che fino a poco tempo prima era stato giudice, presidente della Camera dei ricorsi penali. Altro aspetto poco comprensibile: la Procura federale e il Tribunale federale sono una tomba dalla quale vien fuori poco o nulla. Poco si sa dell’attività di queste istituzioni, poco si sa di cosa facciano e di quanto producano, poco si sa di come organizzino il proprio lavoro. Non va bene. Non è normale, per esempio, che un procuratore federale ticinese
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