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Il Ticino in Consiglio federale: va ripristinata la clausola cantonale
Redazione
17 anni fa
Nenad Stojanovic

Fino a dieci anni fa esisteva una regola nella Costituzione federale che impediva al parlamento di eleggere più di un consigliere federale dello stesso cantone. Ma i partiti politici avevano trovato delle scorciatoie per aggirare abbastanza velocemente questa “clausola cantonale”: bastava trasferire il domicilio dei candidati potenziali alla vigilia dell’elezione. Negli anni Novanta prevalse perciò l’opinione che questa regola dell’Ottocento andava abolita. “Il parlamento deve avere la libertà di eleggere il candidato o la candidata migliore”, fu il principale argomento. “Il parlamento sarà comunque saggio ed eviterà di eleggere due zurighesi o ginevrini”, venne precisato. Nella procedura di consultazione, tuttavia, il Ticino e tutti i cantoni romandi ad eccezione di Ginevra si erano pronunciati contro la soppressione della clausola cantonale. Temevano infatti che le minoranze linguistiche ne sarebbero uscite svantaggiate. Il parlamento federale volle rispondere a queste preoccupazioni sostituendo la clausola cantonale con una formula linguistico-regionale secondo cui “le diverse regioni e le componenti linguistiche devono essere equamente rappresentate” in Consiglio federale. Nella campagna di votazione tutti i partiti e la maggior parte dei parlamentari invitarono i cittadini ad approvare tale soluzione. Solo pochi – fra cui Fulvio Pelli, bisogna dire non senza una certa lungimiranza – raccomandarono di mantenere la clausola cantonale. Nel referendum del 7 febbraio 1999 i tre quarti degli svizzeri e tutti i Cantoni tranne Giura approvarono il nuovo articolo costituzionale. In Ticino i favorevoli erano il 56,5 percento. Quali sono i risultati? Per cominciare, è stato in buona parte smentito il pronostico secondo cui l’abolizione della clausola cantonale avrebbe permesso di filtrare i candidati “migliori”. Un concetto assai relativo, in politica. Colui che è migliore per la destra ovviamente non lo sarà per la sinistra, e viceversa. E anche chi è un ottimo candidato prima dell’elezione, può rivelarsi pessimo consigliere federale. Da parlamentare, Hans-Rudolf Merz aveva la statura di uomo di Stato, ma non ce l’ha più da quando siede in governo. Nell’elezione del successore di Couchepin il primo partito svizzero (UDC) si è schierato compatto a favore di un candidato (Christian Lüscher, di Ginevra) senza esperienza nell’esecutivo cantonale o comunale e con appena due anni di attività parlamentare federale alle spalle. La sua unica qualifica era di essere più a destra degli altri candidati. In secondo luogo, è stato smentito chi diceva che il parlamento sarebbe stato saggio a non eleggere un secondo zurighese. Nel 2003 la provenienza zurighese di Christoph Blocher non ebbe infatti alcun influsso sulle scelte dei partiti, malgrado vi fosse già uno zurighese nel governo. Idem per l’elezione di Ueli Maurer nel 2008. Infine, ma non da ultimo, va sottolineato che l’assenza della clausola cantonale ha coinciso con l’assenza di uno svizzero di lingua italiana nel Consiglio federale. È solo un caso? Non credo. La clausola cantonale ha un carattere prettamente federale e ha il pregio di essere una vera regola che il parlamento deve rispettare. Per evitare trasferimenti di domicilio dell’ultimo minuto basterebbe completarla con una disposizione che impedisca di aggirarla nei sei mesi precendenti l’elezione. L’attuale, infelice, clausola linguistico-regionale è invece una mera raccomandazione e non una regola vincolante. Essa è destinata a creare solo frustrazioni nella Svizzera italiana ma in realtà non garantisce agli italofoni una presenza “equa” in Consiglio federale. Meglio quindi ripristinare la vecchia clausola cantonale. Nenad Stojanovic, politologo e deputato PS in Gran Consiglio

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