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Il prossimo 8 febbraio un NO di sinistra agli accordi bilaterali
Redazione
18 anni fa
Giuseppe Sergi

In occasione del precedente dibattito e votazione sugli accordi bilaterali (2005, estensione dell'Accordo sulla libera circolazione delle persone ai nuovi Stati membri della Comunità europea) il Movimento per il socialismo (MPS) aveva attivamente partecipando sia al lancio del referendum, sia alla campagna di voto in autunno. La posizione e la campagna condotta dall'MPS a favore del NO era basata su una posizione radicalmente diversa rispetto a quella della destra populista (l'UDC di Blocher e la Lega dei Ticinesi). Avevamo sviluppato la nostra opposizione agli accordi bilaterali sostenendo in particolare che: a) quegli accordi avrebbero portato ad un'ulteriore liberalizzazione del mercato del lavoro b) le cosiddette misure di accompagnamento (vecchie e nuove) non avrebbero permesso di impedire lo sviluppo del dumping salariale e sociale c) per attuare una vera libera circolazione senza ledere gli interessi dei salariati era necessario promuovere più diritti per i lavoratori e le lavoratrici, in particolare con introduzione di misure che permettessero un effettivo controllo del mercato del lavoro (introduzione di un salario minimo legale interprofessionale, estensione dei diritti sui luoghi di lavoro per i lavoratori ed i loro rappresentanti, istituzione di veri ispettorati del lavoro dotati di personale e mezzi sufficienti, notifica di tutti i contratti di lavoro e dei salari pagati, etc.). Questa nostra impostazione, a tre anni da quella ha dimostrato tutta la sua validità. E' infatti incontestabile che: - il livello generale dei salari in molte regioni del paese ha subito una contrazione, mettendo in evidenza il progredire, lento ma inesorabile, di forme di dumping salariale e sociale. - anche i settori favorevoli alla libera circolazione che ne hanno sostenuto la realizzazione in cambio delle cosiddette misure di accompagnamento (ad esempio le direzioni sindacali nazionali) sono costrette a constatare il diffondersi di questi fenomeni e a sottolineare l'insufficienza di mezzi e personale a disposizione per i controlli, oltre che ad ammettere, ancora un volta, che le misure di accompagnamento attuali sono "insufficienti", che vanno potenziate e completate con ulteriori, seppur ancora imprecisate, misure di accompagnamento. - molti cittadini e cittadine di questo cantone (ma le cose valgono anche per il resto del paese) hanno potuto constatare empiricamente che vi sono interi settori nei quali non vi sono né disposizioni sui salari né contrattuali, né legali nei quali molto spesso i livelli salariali si attestano attorno ai 2'000 franchi. Basti pensare al settore impiegatizio, a quello della vendita e del commercio, a persino a quelli del servizio pubblico . Particolare attenzione merita la questione delle misure di accompagnamento che stanno dimostrando tutta la loro fragilità. In particolare poiché incentrate sul sistema dei contratti collettivi di lavoro (CCL) che rappresentano, per la loro debolezza e ristrettezza, uno strumento oggi inadatto a rispondere ai problemi salariali. Basti a questo proposito ricordare che su circa 3 milioni e mezzo di lavoratori attivi in posizione subordinata e con un'attività superiore al 50% solo poco più di 500 mila sono sottoposti ad un contratto collettivo di lavoro che prevede un salario minimo e che è decretato di obbligatorietà generale (cioè vale per tutti i lavoratori del settore in questione). In altre parole per circa l'80% dei lavoratori attivi in questo paese non esiste alcuna disposizione vincolante relativa ad un salario minimo. In questo contesto appare chiaro che la "centralità" dei contratti collettivi di lavoro non può essere lo strumento fondamentale attorno al quale costruire una rete di difesa dei salariati contro il dumping salariale e sociale. Questo elemento vanifica poi, o perlomeno rende del tutto secondarie, altre misure di accompagnamento. Pensiamo, in modo particolare, alla spesso evocata questione dei controlli e degli is

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