
Sono nata e cresciuta in un Cantone dove la violenza non faceva parte della routine quotidiana. I fatti di sangue che leggevamo sui giornali erano spesso storie lontane, provenienti da altre nazioni e culture, da realtà che percepivamo totalmente diverse rispetto alla nostra. Qui, pensavamo, certe cose non accadono. O almeno così sembrava. Perché è anche vero che un tempo certi fatti restavano chiusi tra le mura domestiche, avvolti nel silenzio, nel pudore, nel tabù. Non se ne parlava. Si sussurrava. O del tutto si taceva.
Oggigiorno, vi è maggiore consapevolezza. Si denuncia di più. Le vittime trovano più ascolto. Le istituzioni hanno strumenti che prima non esistevano. Questo è un progresso civile, e non va negato. Ma insieme alla maggiore consapevolezza, negli ultimi anni osserviamo anche un aumento dei casi registrati di violenza domestica. E questo dato non può lasciarci indifferenti.
Dopo i fatti di sangue di Bellinzona a fine gennaio e l’omicidio-suicidio a Gnosca a metà febbraio, la domanda si impone: stiamo assistendo a una tragica coincidenza o a un segnale più profondo? Il rischio più grande non è solo l’accrescere della paura tra la popolazione. Il rischio più grande è l’assuefazione. Che per qualche giorno se ne parli con sgomento, e poi lentamente tutto torni a scorrere come prima, come se nulla fosse accaduto.
In Svizzera nel 2024 sono stati registrati oltre 21’000 reati di violenza domestica: circa il 40% di tutti i reati violenti denunciati. Le vittime sono in larga maggioranza donne, ma anche bambini, anziani e persone vulnerabili. In media, ogni due settimane una persona perde la vita in ambito domestico. Numeri che parlano chiaro: non si tratta di episodi isolati, ma di un fenomeno strutturale.
La storia insegna che le società non si indeboliscono soltanto quando la violenza esplode. Si indeboliscono quando smettono di reagire. L’antropologia ci mostra come la ripetizione trasformi l’eccezione in paesaggio, e il paesaggio in normalità. È proprio questo che dobbiamo evitare.
La violenza non nasce improvvisamente. Si insinua nelle parole aggressive, nelle umiliazioni quotidiane, nell’idea di possesso sull’altro. Inizia quando la dignità viene ridotta, quando il conflitto sostituisce il dialogo, quando il rispetto viene meno dentro le relazioni più intime. Per questo la sicurezza non è solo una questione di polizia o di tribunali. È una questione culturale. Significa protezione tempestiva per chi è in pericolo. Significa certezza dell’intervento quando emergono segnali d’allarme. Significa collaborazione tra scuola, servizi sociali, sanità e forze dell’ordine. Ma significa anche educazione al rispetto fin dall’infanzia, nessuna violenza sui bambini, nessuna normalizzazione dell’umiliazione come forma di autorità.
Una società sicura è una società che sa porre limiti chiari. Che non relativizza il male. Che non si abitua alle parole “fatto di sangue” come fossero una voce tra le altre del notiziario.
Bellinzona e Gnosca non sono nomi lontani. Sono casa nostra.
E una casa si protegge. Con responsabilità. Con coraggio. Con la fermezza di chi sa dire che la violenza non appartiene alla nostra identità e non diventerà mai normalità.
Giovanna Pedroni, Dottoranda in Salute Pubblica, Presidente Giovani del Centro Ticino, Consigliera Comunale Bellinzona (Il Centro)

