
Ogni anno circa 800 giovani ticinesi fanno le valigie. Non perché non amino il Ticino. Non perché vogliano necessariamente andarsene. Ma perché troppo spesso trovano oltre Gottardo le opportunità che faticano a trovare a casa loro.
Dietro questo numero ci sono famiglie, sacrifici, competenze e speranze che il nostro Cantone perde. È una realtà che dovrebbe interrogare tutti. Da anni ci viene ripetuto che la Svizzera ha bisogno di un'immigrazione sempre più elevata per garantire crescita economica e posti di lavoro. Eppure, mentre l'immigrazione continua ad aumentare, molti giovani ticinesi faticano a trovare una prima opportunità professionale e sono costretti a cercarla altrove. La domanda è semplice: stiamo davvero utilizzando tutto il potenziale che abbiamo già a disposizione? Se oggi mancano medici, infermieri e altri professionisti qualificati, la prima domanda dovrebbe essere un'altra: quanti giovani svizzeri abbiamo rinunciato a formare? Ogni anno circa 3'000 ragazzi che vorrebbero studiare medicina vengono esclusi dal numerus clausus. Da una parte limitiamo la formazione, dall'altra sosteniamo che dobbiamo importare dall'estero i professionisti che non abbiamo voluto formare in casa nostra.
Anche il mercato del lavoro pone interrogativi. In Ticino operano ormai quasi 80'000 frontalieri, pari a circa un terzo della forza lavoro cantonale. Nello stesso tempo, secondo i criteri dell'Organizzazione internazionale del Lavoro, la disoccupazione giovanile sfiora il 13%. Non si tratta di mettere in discussione chi lavora onestamente nel nostro Paese. Si tratta di chiedersi se il sistema attuale stia davvero funzionando nell'interesse delle nuove generazioni. I dati mostrano inoltre che solo un immigrato su dieci trova impiego in un settore dove esiste una reale carenza di specialisti. È quindi legittimo domandarsi se la soluzione sia davvero un'immigrazione di massa oppure una politica che valorizzi maggiormente le risorse già presenti nel nostro Paese. Del resto, la nostra Costituzione contiene già una risposta chiara. Dopo il voto popolare del 9 febbraio 2014, il popolo e i Cantoni hanno chiesto una gestione autonoma dell'immigrazione, con contingenti, tetti massimi e preferenza indigena. Una decisione democratica che il Parlamento ha scelto di non applicare nella forma voluta dai cittadini. Una società che esporta i propri giovani e continua a cercare all'estero le competenze che potrebbe formare in casa non sta risolvendo il problema. Lo sta amplificando. La vera domanda non è quante persone riusciamo ancora a far entrare. La vera domanda è se vogliamo continuare a vedere i nostri giovani partire oppure se vogliamo tornare a creare le condizioni affinché possano costruire il proprio futuro qui, nella loro terra.
Marco Chiesa, municipale di Lugano e Consigliere agli Stati (UDC)

