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Carlo Zoppi
Il costo ambientale delle guerre
© Kateryna Klochko
© Kateryna Klochko
Redazione
un mese fa
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Quando si parla di guerra pensiamo subito a morti, feriti, città distrutte e profughi. Più raramente facciamo i conti con ciò che i conflitti generano a fiumi, campi, mari e all’atmosfera. L’ambiente paga un prezzo salatissimo con emissioni di gas serra, suoli minati o contaminati, petrolio in mare, falde inquinate o biodiversità distrutta, creando difficoltà enormi alle popolazioni locali. Non si tratta di un tema astratto ma di un’eredità subdola che può durare decenni e che ad oggi non viene ancora discussa a sufficienza. Il Caffè climatico ha voluto aprire il dibattito con un evento pubblico avvenuto recentemente all’Impact Hub di Lugano.

Un esempio impressionante arriva dall’Ucraina. Secondo le stime riprese da Milena Gabanelli nel Data Room del Corriere della Sera, la guerra avrebbe già prodotto circa 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente, una quantità paragonabile alle emissioni annue dell’Italia. Il 37% deriverebbe dal consumo di carburante di carri armati, aerei e mezzi militari; il 23% dagli incendi; un’altra quota dai raid contro impianti energetici, raffinerie, depositi e centrali.

La CO₂, però, è solo una parte del problema. In Ucraina, la contaminazione da mine e residuati esplosivi interessa secondo alcune stime tra 128.000 e 139.000 km², circa un quinto del territorio nazionale. Una quota importante è terreno agricolo di cui si stimano 40.000–55.000 km² di suolo compromesso. Non significa solo campi non coltivati: significa rischio per chi rientra nei villaggi, incendi innescati da ordigni, metalli pesanti e sostanze tossiche nel terreno. La bonifica potrebbe richiedere decenni.

Un altro caso riguarda l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran: nei soli primi 15 giorni di guerra si stimano oltre 5 milioni di tonnellate di CO₂, pari alle emissioni annuali di circa 1,1 milioni di auto a benzina. Le fonti principali sono voli militari, navi, droni, movimenti di truppe e distruzione di abitazioni, attività commerciali e infrastrutture. Gli incendi di impianti petroliferi rilasciano inoltre particolato fine, ossidi di zolfo e azoto, idrocarburi tossici, metalli pesanti e sostanze che possono ricadere al suolo con la pioggia. È il fenomeno della cosiddetta «pioggia nera», segnalato a Teheran dopo i raid sugli impianti petroliferi nel marzo scorso, con rischi per suolo, acque superficiali, falde e di problemi di salute per la popolazione che emergeranno solo nel tempo.

Nel Golfo Persico il danno si sposta in mare. Finora sono stati recensiti almeno 16 fra danneggiamenti e affondamenti di petroliere, con sversamenti rilevati da satellite tra 12–20 km² fino a 65 km² nei casi più gravi. Anche quando i volumi esatti non sono certi, l’ordine di grandezza è rilevante: decine di migliaia di barili possono equivalere a milioni di litri di petrolio. In un mare caldo e a ricambio lento come il Golfo, il greggio può colpire pesci, uccelli marini, fondali, coste e impianti di desalinizzazione, fondamentali per l’acqua potabile della regione. Non è solo il Golfo Perisco, anche la metaniera affondata nel Mediterraneo a marzo fra Malta e Lampedusa a due passi da noi ha generato e genererà ancora danni.

La domanda finale è scomoda: mentre l’ambiente e noi perdiamo, chi ci guadagna? Secondo i dati ripresi da Gabanelli, l’aumento dei prezzi energetici avrebbe portato alle maggiori 100 compagnie di petrolio e gas 23 miliardi di dollari di extra-profitti nel primo mese di guerra; nello stesso scenario, i primi 100 produttori di armi muovono cifre nell’ordine di 679 miliardi di dollari.

Il danno ambientale dei conflitti non dovrebbe restare una nota a margine. Non si tratta qui di fare dei giudizi morali sulle parti coinvolte o sui motivi geopolitici dei conflitti, ma di essere consapevoli sulle conseguenze concrete che il pianeta e i suoi abitanti dovranno pagare. Alcune misure concrete si possono immaginare e dovrebbero diventare tema politico durante le discussioni dei leader mondiali ma anche nel nostro paese: proteggere infrastrutture ad alto rischio ambientale, monitorare con satelliti sversamenti e incendi, intervenire rapidamente con barriere e bonifiche senza che queste siano bersagliate, ripristinare ecosistemi e suoli agricoli nelle aree contaminate. Forse la misura più importante sarebbe introdurre il danno ambientale nei sistemi legali internazionali, come parametro di responsabilità e risarcimento. Perché la guerra non distrugge solo il presente: se non la misuriamo e non ripariamo i danni, avvelenerà anche gli abitanti dei territori colpiti per generazioni.

Carlo Zoppi, Co-organizzatore Caffé Clima Svizzera italiana

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