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Giuseppe Sergi - Salari minimi? No, salari da fame!
Redazione
14 anni fa

La pubblicazione di tre contratti normali (due nel settore industriale e uno per le aziende del commercio con meno di 10 addetti) ha rilanciato la discussione sul salario minimo legale. Il minimo salariale di questi contratti (in vigore dal prossimo 1° aprile) è stato fissato a 3'000 franchi mensili. L'MPS è da sempre favorevole alla fissazione di salari minimi legali. Ha sempre sostenuto questa rivendicazione, a tal punto da lanciare un'iniziativa popolare cantonale per l'introduzione di un salario minimo legale di 4'000 franchi (per 13 mensilità e sulla base di un orario di 40 ore settimanali). Iniziativa, come si ricorderà, ritenuta inaccettabile dal Gran Consiglio ticinese. Tuttavia l'MPS ritiene che il livello salariale fissato in questi contratti normali sia assolutamente inaccettabile ed eccessivamente lontano dai livelli salariali praticati in questi settori, nonché da alcuni elementi di raffronto che possono essere utilizzati a titolo di paragone (ad esempio, in alcuni settori, i salari contrattuali o il salario mediano). Il rischio che questi livelli salariali, estremamente bassi, generino una pressione verso il basso dei livelli salariali complessivi dei settori in questione è quindi più che concreto. Il risultato di questa operazione rischia di essere esattamente il contrario di quanto invocato: cioè un ulteriore sviluppo del dumping salariale e non il suo contenimento. D'altronde da simili livelli salariali, estremamente bassi , scaturiscono poi redditi disponibili estremamente problematici. Ricordiamo che un salario lordo di 3’000 franchi corrisponde, mediamente, ad un salario disponibile mensile (una volta decurtati gli oneri sociali) di circa 2'600 franchi mensili. Salari (e redditi) dunque che non permettono, come ha invece preteso la signora Laura Sadis nelle dichiarazioni di questi giorni, di vivere “dignitosamente”. Alla base di questa nostra posizione vi sono poi alcune altre considerazioni che esponiamo qui brevemente. 1.Se ci riferiamo, ad esempio, al settore della vendita oggetto di uno di questi contratti (e sicuramente in termini numerici il più cospicuo come numero di salariati potenzialmente toccati dalla misura) un salario mensile di 3'000 franchi è del 30% inferiore a quello versato da alcune delle grandi catene di distribuzione. COOP, ad esempio, versa salari minimi vicini ai 4'000 franchi mensili per il personale non qualificato; lo stesso fa Migros ed altri grandi magazzini (anche quelli che non sottopongono i propri dipendenti ad un contratto collettivo di lavoro come nel caso di Manor). Vale la pena notare che molti di questi gruppi hanno filiali (pensiamo a COOP) nelle quali lavorano meno di 10 persone: una situazione lavorativa di fatto identica a quella che vuole regolamentare il nuovo contratto normale. Lo stesso si potrebbe affermare per altre realtà commerciali caratterizzate proprio da negozi indipendenti con meno di 10 occupati: pensiamo, ad esempio, al migliaio di dipendenti che lavorano al FoxTown, dove vige un salario minimo (per personale non qualificato) di 3'900 franchi (per tredici mesi e per 40 ore lavorative). Si tratta quindi di alcune migliaia di dipendenti che ricevono salari oggi superiori del 30% rispetto al salario minimo fissato in questo contratto normale e che lavorano in una condizione quadro simile a quella regolamentata dal contratto normale. Le stesse riflessioni, ancora più pesanti in termini di conseguenze, sono quelle relative ai salari rilevati dalle statistiche federali. Infatti il salario mediano nel settore della vendita al dettaglio in Ticino (cioè quel valore salariale che divide esattamente a metà l’insieme dei lavoratori) era, nel 2010, di 4'178 franchi mensili Anche qui la differenza supera il 30%. Da questo punto di vista non vi sono dubbi che il livello salariale fissato (3'000 franchi) rischia di diventare, a medio termine, un potente elemento di attrazione verso il basso per i salari ad esso superiori (e sono la stragrande maggior

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