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Giovanni Merlini - Salario minimo legale: insidie e controindicazioni
Redazione
12 anni fa

E’ irta di insidie e controindicazioni la modifica costituzionale lanciata dall’Unione svizzera sindacale (USS) sulla quale il popolo si pronuncerà il prossimo 18 maggio. L’introduzione di un salario minimo legale di CHF 22.- orari, proposta dall’iniziativa popolare “Per un la protezione di salari equi”, comporterebbe infatti conseguenze indesiderabili per la competitività delle imprese in settori economici delicati e per l’occupazione. I giovani alla ricerca di un primo impiego e i lavoratori meno qualificati si ritroverebbero presto a rischio di emarginazione dal mercato del lavoro. Mettetevi nei panni di un piccolo datore di lavoro, in zona periferica, costretto dallo Stato a versare un salario mensile di CHF 4'000.-. Assumereste una o un dipendente che ha già maturato una certa esperienza nel vostro ramo oppure preferireste una/un giovane al primo impiego? Perché mai rischiare, se dovete comunque pagare per legge quello che equivarrebbe – in termini assoluti - al salario minimo più alto del mondo, superiore di oltre il 50% al salario minimo attualmente più elevato in Europa e cioè quello vigente nel Lussemburgo. Oggi, in particolare nei settori lavorativi a basso valore aggiunto, come nell’albergheria e ristorazione, non sono infrequenti salari inferiori ai CHF 22.- orari percepiti da lavoratori poco qualificati e da giovani adulti che spesso vivono ancora con i genitori e che quindi non devono far fonte agli oneri per la pigione. Per loro, che non sono ancora in grado di vantare una buona produttività, è importante aver trovato un primo impiego che rappresenta un’occasione perfezionamento della formazione. Vigesse un minimo salariale come quello proposto, diventerebbe molto più difficile per loro accedere al mondo del lavoro di fronte alla concorrenza dei lavoratori più qualificati e con maggiore esperienza professionale.

L’USS vuole imporre in Svizzera un salario minimo che, anche considerando il nostro potere d’acquisto, risulterebbe essere il più alto del mondo. Non basta. Il salario minimo legale non terrebbe minimamente conto delle differenze regionali e settoriali, dell’età del dipendente e della sua esperienza professionale. Una piccola pensione familiare della Vallemaggia sarebbe costretta ad applicare lo stesso minimo salariale di CHF 4'000.- mensili versato da un lussuoso albergo zurighese. Tutto all’insegna della massima uniformizzazione, in dispregio delle varie specificità del Paese, del diverso costo della vita e quindi del differente potere d’acquisto del lavoratore: basti anche solo pensare a come variano i costi per le pigioni nelle varie regioni svizzere. Se il mercato del lavoro in Svizzera funziona tutto sommato bene è anche grazie alla sua relativa flessibilità e alla contenuta densità normativa che lo disciplina. La collaborazione tra i partners sociali attraverso lo strumento efficace dei contratti collettivi e di lavoro (CCL) e contratti nazionali (CNL) ha dato buona prova di sé e continuerà a darla anche in futuro, senza necessità di un salario minimio legale. Gli Stati che hanno invece optato per un forte interventismo in questo ambito sono confrontati con tassi di disoccupazione ben più significativi del nostro e con seri problemi di competitività economica. E’ la riprova che la rigidità normativa è controproducente. Studi internazioni autorevoli hanno per altro dimostrato che i salari minimi innescano spesso preoccupanti processi di deindustrializzazione. Le imprese attive nei settori con stipendi inferiori al minimo legale sono così costrette a trovare rimedio nell’automazione (riduzione del personale) o nella delocalizzazione delle attività a basso valor aggiunto verso l’estero. Dove invece non è possibile delocalizzare, l’alternativa inevitabile è il rincaro dei prodotti e dei prezzi per il consumatore, con effetti deprimenti sulla domanda e di converso sulla produzione, come p.es nell’agricoltura o nel turismo. Per il Ticino, regione di frontiera particolarmente esposta alla concorrenza, i pericoli sono palesi: una moltitudine di piccole ditte con margini di profitto già assai esigui si dibatterebbero in difficoltà insormontabili. Ne soffrirebbero non solo panettieri, fioristi, parrucchieri, lavanderie, ditte di pulizie, ecc., ma anche la nostra industria turistica già in affanno nel mantenere le posizioni alla luce dell’agguerrita concorrenza internazionale.

Sarebbe una clamorosa autorete abbandonare una consolidata tradizione di concertazione tra parteners sociali per avventurarsi sulla china che ha condotto alla situazione drammatica in cui versa la Francia, con il suo salario minimo interprofessionale di crescita (Smic) che ha prodotto disoccupazione e gravi tensioni sociali. Servono soluzioni commisurate alla specificità di ogni settore e di ogni regione, calibrate secondo la formazione e l’età dei dipendenti, come è stato fatto pochi mesi fa a livello nazionale con la stipulazione del nuovo CCL nell’industria delle macchine, che prevede salari minimi differenziati e nettamente inferiori ai CHF 22.- orari, ma con diverse garanzie per i lavoratori negli aspetti normativi riguardanti le ore supplementari, le ferie, le indennità per perdita di guadagno, le condizioni lavorative e di sicurezza ecc. Durante le trattative la stessa UNIA, sindacato di riferimento in questa campagna, non ha mai obiettato alcunché contro il principio della differenziazione del salario minimo per regione e per età, ammettendo così che si tratta di un’esigenza da cui non è possibile prescindere. La battaglia a favore di salari dignitosi è sacrosanta. Ma lo strumento corretto è la concertazione e non l’ingerenza statale.

Avv. Giovanni Merlini, consigliere nazionale PLR

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