
Finanze pubbliche virtuose non sono un vezzo da contabile con la mezza manica. Al contrario, sono un vantaggio competitivo per un Paese. Giovano allo sviluppo economico e alla pace sociale. Anche chi teorizza da anni la spesa allegra non può negare gli sconquassi provocati dall’indebitamento pubblico senza briglie. Se poi certe situazioni si incancreniscono, risanare i bilanci dissestati su larga scala diventa un calvario, con il rischio di misure da macelleria sociale. La fattura più alta la pagano sempre le fasce già deboli della popolazione. Grecia, Spagna, Italia, Irlanda docent; ma anche Francia e Germania non se la passano troppo bene. Finanze sane presuppongono il rispetto di un principio fondamentale: l’equilibrio del conto di gestione corrente. Ma questo equilibrio è un esercizio maledettamente difficile. Troppo spesso la politica è ostaggio di interessi corporativi e di gruppi ben organizzati che vogliono (comprensibilmente) tirare l’acqua solo al loro mulino. Rimettere in discussione servizi e prestazioni dello Stato, ristrutturando l’offerta pubblica significa quindi sollevare immediatamente un polverone di proteste da parte dei settori toccati. Provvedimenti duraturi di contenimento della spesa richiedono una fatica di Sisifo. Eppure non si può rinunciarvi, anche perché i contribuenti non sono disposti a finanziare la spesa pubblica oltre un determinato limite. Un’attenta selezione dei bisogni (che non vanno confusi con i desideri) è quindi indispensabile. Il problema si pone anche nella nostra piccola realtà cantonale. Il Consiglio di Stato, su impulso del DFE, ha finalmente avuto il coraggio di proporci uno strumento interessante per superare l’impasse. E’ il vincolo budgetario. Una norma di rango costituzionale che verrà attuata attraverso una riforma parziale della Legge sulla gestione finanziaria dello Stato (LGF). Impone a governo e parlamento una disciplina finanziaria per garantire il pareggio del conto della gestione corrente. In sintesi si stabilisce la regola d’oro secondo cui il preventivo di gestione va presentato in equilibrio. Il conto di gestione corrente può prevedere un disavanzo di esercizio pari al massimo al 3% (ca. 85 mio. se ci riferiamo al consuntivo 2011) dei ricavi correnti, dedotte alcune operazioni contabili. Un’eccezione è contemplata per gravi crisi economiche o esigenze finanziarie straordinarie: in tal caso il limite può essere aumentato al 4%. Ciò non significa che il Cantone non possa indebitarsi per le spese di investimento; significa invece limitare l’onere legato agli interessi passivi derivanti dalle spese correnti, che non devono pesare sulle spalle delle prossime generazioni. E se le misure di contenimento della spesa e/o di incremento dei ricavi non bastano a raggiungere l’obbiettivo del pareggio flessibile? In tal caso verrebbe adeguato il cosiddetto coefficiente di imposta, in misura tale da riportare il disavanzo entro il limite indicato sopra. Si introduce cioè nella Legge tributaria il concetto di imposta cantonale di base che fa stato ai fini dell’applicazione del moltiplicatore d’imposta cantonale e del calcolo delle relative imposte comunali. L’imposta effettiva dovuta dai contribuenti corrisponderebbe quindi all’imposta cantonale moltiplicata con il coefficiente d’imposta cantonale. Ma siccome qualsiasi inasprimento fiscale è impopolare, il sistema incita fortemente governo e parlamento a fare in modo che lo Stato non spenda più di quanto incassa. E se per considerazioni di priorità politica si optasse a favore di uscite maggiori in un determinato settore occorrerebbe automaticamente trovare una compensazione con uscite inferiori in un altro. E se proprio non si fosse disposti o non si riuscisse a compensare sul fronte delle uscite e/o dei ricavi? Allora, e solo allora, si dovrebbe tirarne le conseguenze sul versante del gettito fiscale. Diversi commentatori hanno agitato a questo proposito lo spettro di nuove imposte. Non lo ritengo credibile, perché il meccanismo tende a responsabilizzare coloro che devono decidere le mis
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