
Nella votazione del prossimo 5 giugno il popolo ticinese sarà chiamato ad esprimersi sull’iniziativa popolare “AET senza carbone” e sul controprogetto “Per un futuro a favore delle energie rinnovabili in Ticino”. In un mondo complesso siamo chiamati ad esprimerci su un quesito che travalica gli stretti confini cantonali. La crisi energetica, dopo la catastrofe di Fukushima, è un dato a livello nazionale e internazionale. Indubbiamente l’uscita dall’energia nucleare diventa il tema di maggiore attualità. In questo contesto l’enfatizzazione da parte dei Verdi della questione del carbone appare oggettivamente esagerata, alla luce di incontrovertibili fatti. Da un lato il Ticino conoscerà nel periodo 2015-2035 un ammanco energetico pari a ca. 1000 GWh annui (in gran parte dovuto alla scadenza di contratti di fornitura tra AET e centrali private, nucleari e idroelettriche) e da dieci anni registra una tendenza all’aumento del consumo annuo di oltre il 2%. Dall’altro il Ticino potrà riscattare centrali elettriche in Valle Maggia, per un importo equivalente a oltre 1'000 GWh, solamente nel 2035. Si tratta quindi di trovare una soluzione ragionevole di transizione, che assicuri l’approvvigionamento energetico del Cantone per un ventennio e che consolidi l’economia cantonale e i posti di lavoro, sviluppando tecnologia e impieghi qualificati. Peccato che la politica non abbia saputo trovare un accordo tra le parti: il rischio è che questo disaccordo vada a scapito dell’economia e dei lavoratori. La via dell’iniziativa dei Verdi appare rigida e superata dal fatto che il Cantone, se non disporrà della partecipazione di 900 GWh della centrale di Lünen, dovrà acquistare sul mercato energia di origine fossile e nucleare, ecologicamente e socialmente peggiore di quella fornita dalla moderna centrale a carbone voluta da un governo tedesco, di cui i Verdi stessi erano parte. È poco credibile pertanto la demonizzazione della centrale di Lünen fatta dai Verdi ticinesi. In secondo luogo l’enorme perdita che l’iniziativa prospetta all’Azienda elettrica ticinese appare assurda e inutile. Infine pericolosi appaiono gli aumenti e l’instabilità dei prezzi dell’energia, che verrebbe acquistata sul mercato per colmare l’ammanco di energia prodottosi. La via del controprogetto appare decisamente più saggia: essa permette di gestire con flessibilità la vendita della partecipazione alla centrale di Lünen, qualora essa non ingenerasse perdite, anche prima del 2035. Inoltre il controprogetto crea un primo importante fondo per lo sviluppo del risparmio energetico e delle energie rinnovabili. Questo fondo sarà certamente da incrementare, ma la via è tracciata, e non potranno che trarne beneficio l’economia, l’ambiente e le occasioni di lavoro per i giovani. Mi auguro pertanto che il popolo ticinese sappia cogliere l’opportunità data dal controprogetto. Giovanni Jelmini, presidente cantonale del Partito popolare democratico
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