
L’iniziativa popolare del 29 novembre 2009 sul divieto di costruzione dei minareti sul suolo svizzero è stata accolta dalla maggioranza dei cittadini e dei cantoni svizzeri. L’esito della votazione - piuttosto scontato, se si considera la quasi totale assenza della classe politica nel corso della campagna - ha scatenato, come prevedibile, forti e differenti reazioni in tutto il mondo. Personalmente, sono sempre stato dell’opinione che i minareti non rappresentano un pericolo per il nostro Paese. Gli islamici in Svizzera provengono in prevalenza dai Paesi Balcanici, dove prevale un’interpretazione moderata del Corano e la loro presenza, tranne qualche eccezione, non ha mai posto particolari problemi né dal profilo della sicurezza e neppure da quello del rispetto del nostro Stato di diritto. Come già osservava Mons. Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio consiglio per la pastorale dei migranti, “non è l’arrivo degli emigrati di fedi diverse a mettere in crisi l’identità cristiana nel vecchio continente, quanto piuttosto il processo di avanzata secolarizzazione, che talora sta degenerando in secolarismo intollerante e, nel vecchio continente, sta ormai facendo perdere le radici cristiane dell’Europa, negate in sede istituzionale e in alcuni ambiti della società”. E allora, più che contrastare i minareti, a mio parere si tratta di affermare e difendere i nostri valori, le nostre tradizioni e la nostra cultura cristiana. Si tratta di difendere anche i nostri simboli religiosi che, contrariamente a quanto affermato recentemente dai giudici della Corte europea di Strasburgo - che hanno accolto la richiesta di rimozione del crocifisso da una scuola italiana - non rappresentano in alcun modo un pericolo per la libertà religiosa. A furia di cancellare i simboli di una cultura, come ricordava qualcuno in un recente commento alla citata sentenza, si finisce con il cancellare anche la cultura che li ha prodotti. E questo rappresenta un vero e proprio attentato alla vita civile di un popolo. Essere laici e democratici non significa infatti appiattire la società e togliere alle persone ogni loro simbologia, quanto piuttosto garantire una convivenza e un’integrazione pacifica delle diversità, rispettando la storia e la tradizione dei differenti popoli. Affermare le nostre radici cristiane non significa fare un atto di fede, ma significa difendere noi stessi. Occorre evidentemente che i simboli ci interpellino nella vita di tutti giorni e che i valori cristiani cui ci ispiriamo trovino applicazione pratica nelle decisioni e nelle leggi che tutelano l’uomo dal suo concepimento alla morte, come pure la convivenza tra le persone. Come diceva Thomas Merton occorre avere “crocifissi che parlano e camminano”. Si tratta ora di riaffermare il diritto costituzionale alla libertà di credo e di coscienza e di intensificare gli sforzi atti a favorire un necessario processo di integrazione fra le differenti culture e sensibilità presenti nel nostro Paese che, non dobbiamo dimenticarlo, è nato e si è sviluppato proprio per conservare quanto altri Stati hanno cercato di eliminare per evitare possibili cause di divisione: i pluralismi culturali, linguistici, sociali e confessionali. Giovanni Jelmini, presidente PPD Ticino
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