
"Il fatto che in Ticino nel 2009 sia aumentato il numero di impiegati frontalieri e contemporaneamente anche quello dei disoccupati non significa che i primi occupino gli impieghi lasciati liberi dai secondi". Questa è la dichiarazione che Doris Leuthard ha rilasciato recentemente al Nazionale rispondendo a una domanda del deputato PPD Meinrado Robbiani, secondo il quale in certi settori, in particolare il terziario, vi sarebbe un problema di sostituzione. Per la Presidente della Confederazione, certi fenomeni osservati in Ticino dipendono anche dalla particolare struttura economica della regione. "Per rispondere alla domanda sarebbero necessari studi più approfonditi", ha aggiunto la responsabile del Dipartimento federale dell'economia. "I frontalieri - ha concluso Doris Leuthard - sono un elemento di stimolo per l'economia e nelle regioni di frontiera la disoccupazione non è cresciuta più velocemente che nelle altre regioni della Confederazione”. In attesa di ulteriori, richiesti e necessari approfondimenti relativi all’incidenza del frontalierato sull’occupazione nel nostro Cantone, desidero proporre qualche breve personale riflessione sul tema. Intanto, i frontalieri in Ticino superano le 45'000 unità, mentre le persone che nel nostro Cantone non hanno un lavoro fisso sono oltre 11'000. Per rispondere alle proprie esigenze e al proprio sviluppo, l’economia ticinese è quindi costretta a rivolgersi oltre frontiera. In un recente convegno tenutosi a Bellinzona in occasione della giornata sull’infermiere è emerso che il personale “frontaliero” che lavora negli ospedali ticinesi corrisponde quasi al 30% del totale degli infermieri occupati. Senza la loro presenza un terzo degli ospedali del Cantone non potrebbe garantire il proprio funzionamento. La richiesta di personale sanitario, in considerazione anche dell’invecchiamento della popolazione, è peraltro in continuo aumento e l’assunzione di personale estero sarà necessario anche per il prossimo futuro. In Ticino vengono infatti diplomati 130 infermieri l'anno, mentre la richiesta supera le 200 unità. Questo dato è significativo e, tra le altre cose, conferma la necessità di un serio orientamento professionale. Occorre infatti fare tutto il possibile per promuovere nel nostro Cantone le professioni che potranno dare ai giovani prospettive reali di lavoro. Occorre inoltre, sempre nel settore sanitario, porre qualche correttivo alla politica selettiva nell’ambito delle facoltà universitarie di medicina, che, sempre più, respingono molti studenti ticinesi, con la conseguenza che il 45% dei dottori che lavorano negli ospedali svizzeri sono stranieri. Fatte queste premesse, non si possono sottovalutare le preoccupazioni sollevate da Robbiani e rivolte alla responsabile del Dipartimento federale dell'economia. La sostituzione di personale ticinese con personale “meno costoso” preso dalla vicina penisola è purtroppo una realtà sempre più diffusa anche nel terziario. Molte società licenziano o non assumono dipendenti residenti in Ticino per assumere, a costi inferiori, personale frontaliero disposto ad accettare condizioni lavorative più precarie e salari più modesti, speculando in questi ultimi tempi anche sulla perdita del valore dell’euro rispetto al franco svizzero. Questa malsana tendenza crea disoccupazione, oltre ad una sorta di concorrenza sleale nei confronti di chi opera nel settore rispettando la dignità dei propri dipendenti ed evitando basse speculazioni sul personale assunto. Come esplicitamente richiesto dal PPD, occorre un intervento determinato da parte dell’Autorità politica. Occorrono misure più incisive per combattere efficacemente le pressioni sui salari e sulle condizioni di lavoro e per fronteggiare gli abusi nell’ambito occupazionale. Chi si comporta correttamente con i propri dipendenti e favorisce l’inserimento di lavoratori residenti nel nostro Cantone non può essere penalizzato dal comportamento di chi intende massimizzare il proprio profitto speculando sui costi del personale. Ma l’intervento della poli
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