
Non più di una settimana fa sono state rese pubbliche le proposte che tre commissioni federali hanno presentato all’Ufficio della Sanità Pubblica e che in sostanza chiedono la depenalizzazione del consumo di tutte le sostanze stupefacenti. Tali proposte, formulate da chi dovrebbe occuparsi della salute e del sano sviluppo dei nostri giovani, sono sorprendenti e non considerano le posizioni dei Cantoni che già all’inizio degli anni novanta si erano espresse contro l’idea di non più punire il consumo di eroina e cocaina. Del resto il Ticino, quando si parlò di depenalizzare i prodotti derivati dalla canapa, divenne in poco tempo una sorta di supermercato delle droghe cosiddette leggere per tutta la Svizzera e per la vicina Penisola. Il consumo, anziché diminuire, come ipotizzavano i fautori della depenalizzazione e contro ogni logica di mercato, aumentò anche nelle fasce dei più giovani. Oggi, la consigliera federale Eveline Widmer-Schlumpf sembra voler proporre un’estensione dell’aiuto al suicidio che, secondo la ministra della Giustizia, non dovrebbe limitarsi alle persone affette da una malattia fisica incurabile il cui esito mortale è ormai prossimo. Senza entrare nel dettaglio della problematica, che pure merita un dibattito approfondito considerata la sua importanza, personalmente ritengo che la “fuga in avanti” di Widmer-Schlumpf, come è stata definita in un titolo del Giornale del Popolo, sia quantomeno inopportuna. Solamente un anno fa lo stesso Consiglio federale aveva infatti dichiarato di voler verificare la necessità di porre dei chiari limiti all’attività di aiuto al suicidio. Tanto più che era stato chiesto da più parti di bandire le organizzazioni di aiuto al suicidio o quantomeno di stabilire una regolamentazione più severa anche per evitare il cosiddetto “turismo della morte” proveniente dall’estero. Ogni anno, organizzazioni svizzere come “Dignitas” o “Exit” ricevono infatti alcune centinaia di persone straniere che vengono in Svizzera a suicidarsi. Proprio per cercare di contenere questo “turismo della morte” e per impedire che l’assistenza organizzata al suicidio possa diventare un’attività lucrativa, il Governo federale stava valutando l’opportunità di stabilire misure più restrittive. Sorprende pertanto l’improvvisa e preoccupante inversione di tendenza, suggerita verosimilmente dagli stessi ambienti che vorrebbero depenalizzare ogni sostanza stupefacente. A mio modesto parere, il Consiglio federale nell’affrontare il tema importante e delicato della dipendenza, come pure quello della malattia e della sofferenza dovrebbe partire da una concezione positiva della vita, evitando facili e rassegnate scorciatoie che si rivelano poco rispettose della dignità umana. Giovanni Jelmini, presidente PPD
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