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Giovanni Jelmini: Amiamo la patria non già perché è grande, ma perché è nostra
Redazione
16 anni fa

Onorevoli Sindaci, onorevoli Autorità, care concittadine e cari concittadini, intanto ringrazio le autorità dei Comuni di Chiasso, Balerna e Vacallo per avermi invitato a festeggiare con voi il Natale della Patria. È un invito che accolgo sempre molto volentieri perché amo e stimo profondamente questo nostro Paese, al quale dobbiamo la più grande riconoscenza per l’opportunità che ci offre di una vita dignitosa, di una vita libera in un contesto libero. La Festa del 1. di agosto è l’occasione per manifestare quindi la nostra gratitudine alla nostra Patria, ma anche per proporre una riflessione sui valori del nostro Paese. È chiaro a tutti che stiamo attraversando un momento difficile. Un momento caratterizzato da una serie di avversità e ostilità da parte di Stati esteri che sono dieci, venti, fino a cinquanta volte più grandi, estesi e potenti del nostro. Penso agli Stati confinanti, ai rapporti tesi con la Francia, la Germania e l’Italia. Ai violenti attacchi che ha subito la nostra piazza finanziaria, in particolare da parte del governo italiano che dopo il recente ennesimo scudo fiscale, dove sono stati impiegati metodi intimidatori nei confronti delle nostre banche, continua ancora oggi a mantenere il nostro Paese sulla lista nera dei paradisi fiscali. Penso ancora alla Libia, all’embargo commerciale nei confronti delle aziende elvetiche, all’assurda e drammatica vicenda degli ostaggi svizzeri in barba al rispetto dei più elementari diritti dell’uomo, calpestati dal regime autoritario di Gheddafi, che ha pure esortato alla guerra santa contro la Svizzera dopo l’esito del referendum sul divieto di costruzione dei minareti. E tutto questo senza particolari reazioni di sconcerto da parte del mondo occidentale, più preoccupato – come spesso accade - delle proprie relazioni d’interesse che del rispetto della giustizia e dei diritti civili. Penso alla Cina e alle sue continue pressioni per impedire alle nostre autorità di riconoscere e accogliere cittadini uiguri o tibetani, tra i quali il Dalai Lama, che rappresenta oggi una delle figure più significative nell’ambito della lotta per le libertà individuali e le minoranze etniche. Penso agli Stati Uniti che, tra le altre cose, nell’ultimo rapporto annuale sul rispetto dei diritti umani nel mondo critica duramente la Svizzera per la sua discriminazione nei confronti dei musulmani. Pensate un po’ dove è finito il senso del pudore: gli Stati Uniti d’America - dove in 35 suoi Stati vige ancora oggi la pena di morte - che presentano annualmente un rapporto sui diritti umani nel mondo. Penso infine alle recenti forti e insistenti pressioni di Bruxelle sulla Svizzera per ottenere una nostra adesione all’Unione europea, peraltro nel momento di maggiore crisi e di tracollo di alcuni Stati membri come la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda e la Spagna. Pressioni puntualmente, coraggiosamente e saggiamente respinte dalla Presidente della Confederazione Doris Leuthard. Ma che cos’è la Svizzera per meritarsi tutta questa attenzione, tutta questa ostilità e avversione? Che cos’è questa piccola Nazione che si perde nella carta geografica del pianeta, per attirare l’attenzione negativa di Stati potenti, di Stati che dominano la terra o quantomeno i loro continenti? Che cos’è e chi è questo popolo? A me piace sempre ricordare una definizione interessante proposta dal letterato friborghese Gonzague de Reynold, quando afferma: “Sulla carta, la Svizzera è soltanto un piccolo paese. Nella sua complessità, è un piccolo mondo. Per il suo genio, per la forma di civiltà che ha prodotto, è una grande Nazione”. Sulla carta un piccolo paese, un paese alpino senza sbocco sul mare, il cui territorio - diviso tra il massiccio del Giura, l’Altopiano e le Alpi - comprende una superficie complessiva di poco più di 41’000 km². Quindi un piccolo territorio, ma un piccolo territorio situato in una zona strategica, al centro dell’Europa; una terra che appartiene al mondo

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