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Giovanni Arioli: la verità sull’AET e l’olio di palma
Redazione
16 anni fa

Non sono in grado di giudicare l’insieme delle accuse rivolte alla dirigenza dell’AET dal recente pamphlet di Sergio Salvioni e Silvano Toppi sotto il titolo di “Mala gestione 200-2007”. In base alla mia esperienza professionale so che ogni azienda, pubblica o privata, nel corso degli anni è chiamata a fare scelte strategiche che comprendono una parte di incertezza o di rischio, e che spesso alcune si rivelano meno felici di altre senza che ciò implichi particolari colpe dei dirigenti. Ora, non conosco i risvolti delle varie operazioni citate, ma conosco molto bene la partecipazione di AET al 50% della CEG, di cui sono amministratore delegato, società impegnata nel trading di olio di palma a fini energetici (una fonte biologica rinnovabile alternativa a quelle tradizionali che rimettono in circolazione CO2 di origine fossile). Ed è su questa che mi sento in dovere di intervenire a tutela del mio onore e di quello della LABOREX di cui sono vicepresidente, ditta che detiene l’altra metà delle azioni della CEG. Infatti, il pamphlet riporta troppe imprecisioni (volute?), generalizzazioni improprie e aperte falsità, al punto da disegnare un quadro assolutamente distorto e diffamatorio dei fatti. Leggendo che “con la prima vendita di olio nel 2008… AET … ha ricavato 30,37 milioni di franchi con una perdita di oltre 1 milione di euro” e che il costo totale degli acquisti di olio sarebbe di “220 milioni di dollari, forse in parte recuperabili con la vendita dell’olio sulla borsa di Rotterdam e altrove”, anche un lettore attento ne deduce infatti che l’AET sta rischiando di perdere decine se non centinaia di milioni. La realtà è però ben diversa. Intanto è la CEG ad assumere il rischio commerciale del trading dell’olio di palma e non l’AET, che anche in caso di fallimento della CEG perderebbe solo i circa 8 milioni di euro versati come capitale sociale e finanziamento soci, alla pari del partner LABOREX. Quanto alle fidejussioni prestate – 11,5 milioni di euro per ciascun socio e non 22 come affermato – esse riguardano principalmente le lettere di credito che deve emettere la banca per il carico della merce sulla nave e il finanziamento del prodotto fermo nel magazzino di arrivo in attesa di essere consegnato e pagato dal compratore, quindi non costituiscono un rischio poiché se le operazioni si interrompono cessa anche il bisogno di queste garanzie. Il rischio reale massimo di AET (come di LABOREX) per queste fidejussioni ammonta dunque a soli 1,8 milioni di dollari, ovvero la parte che riguarda garanzie per l’esecuzione medesima dei contratti. Ridimensionati così gli importi, va poi contestata anche l’affermazione secondo cui “la consistenza finanziaria e la solvibilità di LABOREX con 100.000 franchi di capitale non è mai stata oggetto di indagine mediante una due diligence”. Falso: il capitale di LABOREX è circa 25 volte superiore e la società opera con un credito bancario di 4,5 milioni di euro, concesso dopo tutte le verifiche che le banche esigono. I lettori possono comunque tranquillizzarsi anche perché, dal 2007 ad oggi, i contratti di acquisto e vendita dell’olio sono stati ormai già eseguiti per circa l’80% e si è ottenuto un profitto netto ivi comprendendo anche tutte le spese di trasporto e logistica dell’olio. La CEG è oggi una società per azioni con bilancio che presenta un rating di 4° rango su un totale di 12 posizioni e la qualifica quale organizzazione capace di far fronte ai propri impegni finanziari nel breve e nel medio termine. Infine sottolineo che non ha senso dire che non si sa nulla dei contratti di acquisto dei motori, quando AET ha sempre avuto la metà dei membri del consiglio di amministrazione di CEG. In verità, i soldi del capital

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