
La piazza economica elvetica non ha vita facile. Tra le riforme che le consentiranno di mantenere la sua attrattività, una svetta su tutte.
Mi riferisco alla terza riorganizzazione della fiscalità delle imprese. Aldilà della cerchia degli addetti ai lavori, sono in pochi a rendersi conto della centralità di questo progetto nel contesto della concorrenza fiscale internazionale.
Tre sono gli obbiettivi politici principali. Il primo è l’eliminazione di un annoso contenzioso: il nostro Paese (con altri) è infatti da tempo nel mirino dell’UE, dell’OCSE e del G20 che lottano su vasta scala contro l’erosione della base imponibile e il trasferimento degli utili. Gli standard internazionali comprimono sempre più il margine di manovra delle società multinazionali, riducendo le loro possibilità di ottimizzare l’onere fiscale per attività caratterizzate da grande mobilità. Il secondo obbiettivo è rafforzare la competitività fiscale del nostro Paese, favorendo gli investimenti nella ricerca e innovazione attraverso misure atte a compensare la soppressione della prassi dell’imposizione privilegiata dei redditi da fonti estere di società holding, miste e di domicilio che godono del cosiddetto statuto fiscale cantonale. Il terzo obbiettivo consiste nel garantire la redditività finanziaria dell’imposta sull’utile per i tre livelli istituzionali. Una sfida complicata, vista la posta in gioco. Gli introiti a favore della Confederazione, generati da questa imposizione privilegiata, sono di ca. 3,2 miliardi di franchi, al netto della quota parte dei Cantoni all’IFD, ossia oltre la metà dell’intero gettito dell’imposta sull’utile della Confederazione. Per i Cantoni si tratta di ca. 2,1 miliardi, pari a circa un quinto del ricavato annuo dell’imposta sull’utile, compresa quella dei Comuni.
Il nocciolo della questione è come riuscire a supplire ai consistenti vantaggi che questi statuti speciali comportano per il gettito degli enti pubblici e per il benessere economico. Le soluzioni proposte si muovono su più direttrici: riduzione da parte dei Cantoni delle loro imposte sull’utile delle società dall’attuale media del 22% ad un valore medio ponderato di ca. il 16%, introduzione dei “patent box” e di deduzioni più elevate per le spese di ricerca e sviluppo, sgravi mirati per l‘imposta sul capitale (in rapporto con brevetti e altri diritti provenienti dalla proprietà intellettuale), abolizione dell’imposta di emissione sul capitale proprio e imposizione parziale dei dividendi.
I “patent box” sono interessanti perché consentono di separare da tutti gli altri redditi d’impresa i redditi provenienti dai diritti su beni immateriali, come brevetti, marchi ecc. e di sgravarli fio al 90%. Ricerca e sviluppo vengono così incentivati. Stabilimenti svizzeri di un’impresa straniera, assoggettati all’imposta ordinaria sull’utile, potranno beneficiare (a certe condizioni) del computo globale dell’imposta per i redditi provenienti da uno Stato terzo gravati da imposte non recuperabili, in attuazione della mozione Pelli adottata dalle Camere nel 2013. Berna garantirà anche in futuro, con misure di compensazione, un’equa ripartizione degli oneri tra Confederazione e Cantoni, lasciando loro un congruo margine di manovra per le riduzioni dell’imposta sull’utile che decideranno in piena autonomia: per il Ticino sarebbe auspicabile una riduzione della relativa aliquota almeno al 6,5%.
Pertanto la quota di partecipazione dei Cantoni all’IFD aumenterà dall’attuale 17 al 20,5%. Anche la perequazione finanziaria dovrà essere adeguata: il minore sfruttamento fiscale degli utili sarà preso in considerazione con nuovi fattori di ponderazione. Le ripercussioni finanziarie della riforma per la Confederazione sono stimate a ca. 1,3 miliardi annui, senza calcolare eventuali effetti dovuti alla dislocazione di imprese o di loro singoli comparti. Con il pacchetto di provvedimenti di risparmio già decisi, il governo dovrebbe riuscire a neutralizzare l’onere senza nuovi tagli sul fronte delle uscite, almeno a breve termine.
Questa riforma è di importanza capitale. Una risposta intelligente alle pressioni esterne sulla nostra piazza che potrà così restare concorrenziale a livello internazionale.
Giovanni Merlini, Consigliere nazionale PLR
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