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Giorgio Cheda - La civica è un’altra cosa
Redazione
13 anni fa

Il primo libro di educazione alla cittadinanza che ho letto portava un titolo molto pertinente: Politica e cultura (Torino 1955, 285 pp.) ed era firmato da Norberto Bobbio. Ci era stato consigliato in Magistrale dal docente di storia, Guido Pedroli, al quale era stata però tolta l’ora di civica per assegnarla a un suo collega ritenuto più affidabile. Lo conservo gelosamente con tante sottolineature, fra cui questa a pagina 15: “Il compito dell’uomo di cultura è più che mai oggi quello di seminare dei dubbi, non già di raccoglier certezze.” Simili riflessioni, ma soprattutto l’impegno dimostrato da chi ci aveva suggerito quella corroborante lettura, hanno concorso a determinare la mia scelta di studiare e insegnare storia, dedicando poi le “troppo lunghe vacanze dei maestri” a recuperare quella sommersa dei contadini-emigranti. La stessa illogica separazione fra la storia e la civica fu imposta anche a me al tempo dell’avversata assunzione alla Postliceale. Il pretesto per diffidare delle mie competenze professionali risaliva già al passaggio al ginnasio; la burocrazia scolastica aveva allora fatto verificare dall’esperto l’ortodossia della civica che insegnavo con in mano (e nel cuore) anche la Pacem in terris di Giovanni XXIII e la Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani. Per un’etica della responsabilità Sono sempre stato favorevole a un’educazione alla cittadinanza da impartire a tutti, giovani e adulti. La scuola deve fare la sua parte, certo, ampliando quella che spetta alla famiglia, ai media, alla società in genere. La civica, cioè la conoscenza del diritto costituzionale, è essenzialmente amore per la cosa pubblica, partecipazione attiva al bene comune, consapevolezza di quel che occorre fare, con chi coltiva ideali e progetti diversi dai nostri, per migliorare la qualità della vita di tutti. Non può quindi ridursi alla trasmissione di quelle conoscenze (quanto mai necessarie!) riguardanti il funzionamento delle istituzioni. Esige, pregiudizialmente, la fiducia nella classe dirigente; fiducia che non si trova in nessun manuale per il buon cittadino e non si conquista né iscrivendo la tutela del segreto bancario nella Costituzione, né facendo cantare dai ragazzi l’inno nazionale. La scuola è la sede privilegiata per l’educazione alla solidarietà e all’amore per il prossimo nella più genuina tradizione cristiana, senza evidentemente i dogmi, l’Inquisizione, il Sillabo, i nascondigli pedofili… La scuola è un laboratorio democratico in cui, oltre a impartire conoscenze, si deve promuovere la libertà-responsabilità unitamente alla maturazione del senso critico. Due pilastri del patrimonio culturale liberale: intendo quello ereditato da Stefano Franscini per rimanere nell’orticello sopra Ponte Chiasso, ma lontano dall’iperbolica aiuola luganese dove – attorno a una corrotta casa da gioco - si sfrattano illegalmente quattro pacifici asilanti e si coltivano prodotti poco raccomandati dai manuali di civica. Un solo esempio: l’Associazione bancaria ticinese ha esercitato delle pressioni sul Fondo nazionale svizzero ottenendo la rinuncia del finanziamento di una ricerca sul riciclaggio del denaro. La scuola deve pure ispirarsi al socialismo: non già quello degenerato nell’appoggio di troppi intellettuali ai vari comunismi, maoismi e simili aberrazioni, ma neppure quello dello Stato-provvidenza. Penso invece a quegli ideali che hanno sorretto l’azione politica di John Dewey e John Rawls, entrambi cittadini di un Paese dove sono emigrati anche trentamila ticinesi integratisi, con successo, in una società multietnica. Un migliaio fra loro, per lo più semplici contadini di montagna, sono diventati proprietari, in California, di una terra fertile vasta quasi come l’intero Sopraceneri. L’apertura agli altri è sempre stata una nostra necessità economica, diventat

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