
Negli scorsi giorni il Dott. Fulvio Caccia ha avuto ampio spazio su un quotidiano bellinzonese e, come c’era da aspettarselo, ha chiarito diversi aspetti che nel dibattito politico erano stati messi in second’ordine. Il titolo del suo intervento è significativo: 5G e la scienza. Mi permetto quindi riprenderne gli spunti centrali perché in queste torride settimane estive, forse non tutti hanno letto l’intervento dell’ex Consigliere di Stato PPD che ha creato, a fine anni settanta, l’allora Dipartimento dell’ambiente.
Per la storia va evidenziato come le dispute sulla tecnologia 5G non sono per nulla una novità. Nelle prime quattro generazioni, a cominciare dalla prima che trasmetteva come una ricetramittente a molti chilometri di distanza e quindi con potenze di trasmissione ben più elevate all’attuale, vi sono stati dei notevoli miglioramenti. Negli ultimi due decenni il numero di antenne è drasticamente aumentato, e ciò ha di riflesso ridotto la distanza fra le antenne della rete NATEL e noi utilizzatori, con una riduzione della potenza di trasmissione. Per contro la distanza fra il telefono e l’orecchio è rimasta invariata, a meno di usare gli auricolari.
Nel frattempo la comunità scientifica si è mossa con una serie di studi realizzati in numerosi Paesi. Molte volte sono suonati i campanelli d’allarme, sia per quanto riguarda gli effetti prodotti dalle antenne delle reti NATEL, sia per gli effetti prodotti dall’uso del telefono. Purtroppo la stampa non sempre ha colto l’importanza dei vari studi. Fulvio Caccia stesso cita delle situazioni perlomeno curiose ed imbarazzanti, dove di regola passano più agevolmente conclusioni di facile presa sulle emozioni della popolazione, che altre conclusioni, forse più difficili da capire e non in linea con certi mainframe, come si chiamo ora le mode politiche.
Per tornare ai 5G la battuta che più frequentemente ho raccolto è la relazione tra il disturbo del favonio e quello delle onde elettromagnetiche, dove il primo sopravvanza il secodo. Esiste poi l’effetto Nocebo (da non confondere con l’effetto placebo !), ovvero il disagio provocato dal sapere o vedere un’antenna o altre sollecitazioni, quindi un effetto psico-somatico, e su questo è facile cavalcare i dubbi della gente e farli diventare paure. In politica questo approccio è noto già dai tempi del .. “panem e circensem” ed è ancora in uso finalizzato non sempre ad obiettivi esemplari.Per l’ipersensibilità alle radiazioni elettromagnetiche, a parte lo studio dell’Ufficio federale per l’ambiente del 2011 (quell’Ufficio che ha tappezzato il piano di Magadino di zone di protezione per prati secchi, paludi, avifauna acquatica e non, ..) che ridimensiona drasticamente la portata del problema, altri studi hanno dato indicazioni. A mente di quel servizio federale le conclusioni del 2011 sono talmente solide che non ha più assegnato mandato per affinare quanto era già chiaro.
In questo studio (pubblicato sul sito della Confederazione) si descrive lo stato delle conoscenze scientifiche con grande attenzione all’ipersensibilità elettromagnetica (EHS). Si precisa come non sono disponibili criteri riconosciuti per la diagnosi medica ma si evidenzia che non vi è alcuna prova scientifica che vi sia un nesso causale tra i disturbi manifestati dalle persone affette da EHS e l’esposizione ai campi elettromagnetici nella vita quotidiana. I disturbi manifestati sono, almeno in parte, indotti dall’effetto nocebo, ossia dal fatto che la sola aspettativa negativa possa indurre un danno alla salute o rafforzarlo. Il rapporto non ha registrato tra persone affette e non affette da EHS differenze fisiologiche di entità tale da potere essere utilizzate come criteri per la diagnosi.
Più che le indicazioni degli studi scientifici per noi cittadini ed utilizzatori del NATEL decisive sono le conclusioni di Fulvio Caccia che sono chiare:1. Non c’è una prova scientificamente seria del rischio provocato dalle antenne/stazioni con i limiti attuali praticati in Svizzera.2. Il 5G inizia utilizzando le stesse frequenze delle generazioni precedenti. Solo più tardi si arriverà, forse, ad utilizzare frequenze più elevate ma purtroppo qui siamo all’oscuro delle reali intenzioni.3. Per quanto riguarda il cellulare tenuto sull’orecchio la situazione è più problematica a causa della distanza minima tra emittente e organi della persona, soprattutto a dipendenza della durata di uso in questa modalità; ciononostante l’uso di auricolari per telefonare è una rarità.
Personalmente non ho dubbi a sottoscrivere, allo stato attuale delle cose, le conclusioni del Dott. Fulvio Caccia che ringrazio per aver ricondotto il dibattito su una comprensibile esposizione delle varie tesi.
A mio avviso la domanda centrale potrebbe anche essere un’altra: Le imprese che forniscono questo tipo di tecnologia, sono anch’esse obbligate a fornire studi sulla sicurezza delle persone ed ambientale, come si fà per tanti altri prodotti di consumo, questo prima di immettere il prodotto sul mercato? In conclusione non fasciamoci la testa prima di cadere ma quando si parla di radiazioni di qualsiasi natura siano, non può essere solo un dibattito politico ci vogliono basi solide.
Gilles Renaud, municipale di Cadenazzo
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