
A fine dicembre il Consiglio di Stato, dando seguito al nuovo indirizzo scaturito dalla revisione della Legge federale sulla pianificazione del territorio del 2014, ha proposto al Gran Consiglio la dodicesima modifica del Piano direttore cantonale. In concreto si riprende il concetto di “Città Ticino” del piano direttore dell’Onorevole Renzo Respini e si rafforzano le aree urbane, a scapito di quelle periferiche, e si propugna il mantra dello sviluppo “centripeto” delle zone edificabili. Per i comprensori che non rientrano in questi due concetti il Consiglio di Stato mette l’accento sulla salvaguardia del paesaggio, dell’agricoltura e della natura.
Questo modello territoriale tiene conto delle attuali sensibilità ambientali della popolazione, mette al centro le necessità della mobilità privata e pubblica, formalizza l’obiettivo di preservare i comprensori non ancora antropizzati e propugna un razionale uso delle risorse finanziarie pubbliche. Come ogni modello teorico la traduzione in pratica deve tenere delle specifiche realtà non solo territoriali ma anche e soprattutto sociali ed economiche.
Se cambiamo prospettiva e da quella della politica, da sempre giustamente presa dal compito di indicare gli indirizzi sui quali guidare lo sviluppo del sistema-paese e della relativa competizione con gli altri, passiamo a quella della storia a che considerazioni arriviamo. Dal mio piccolo osservatorio di imprenditore in un settore che richiede molta cultura e infinita precisione, quello che vedo ora è che siamo entrati in una lotta tra due visioni in gran parte in frontale conflitto. Da una parte vedo i progressisti, non nel senso politico ma in quello concreto, che negli ultimi cinquant’anni, sempre canalizzati dalle regole della politica e della democrazia, hanno creato infrastrutture e posti di lavoro, stimolato la formazione delle giovani generazioni che a loro volta, grazie alle nuove tecnologie, allargato ogni nostra prospettiva. Limitiamoci al telefonino, alla mobilità e alle vacanze quasi per tutti in quasi ogni anglo della terra. La generazione che ora va in pensione ha imparato a guidare su strade sconnesse con auto che a malapena arrivavano a cento all’ora e consumavano, con un motore di trenta cavalli, più di dieci litri di benzina ogni cento chilometri. Tutto senza catalizzatore e cinture di sicurezza. Oggi questi parametri sono sostanzialmente cambiati a favore dell’ambiente e della sicurezza. Tutto bello: No ! Il territorio e l’ambiente sono stati da noi invasi in maniera mai avvenuta, a mente umana. E qui arrivano i neoconservatori, cioè quelli che fino a qualche anno fa si facevano chiamare progressisti, ora ritiratesi in un più corretto brand di ambientalisti.
Purtroppo in questa guerra ideologica di sistema “spesso”, e per la maggior parte della popolazione mai “volentieri”, si cade in slogan di facile presa sulle persone. Mi riferisco alla feroce criminalizzazione di chi usa l’auto per le proprie necessità di mobilità o alle Autorità che hanno creato zone residenziali e lavorative. In Ticino, come nel resto del mondo che si è svincolato nell’ultimo secolo dalla fame e dalle malattie che regolarmente decimavano, più delle guerre, le popolazioni, i peccati mortali più gravi sono state le zone lavorative del piano di Magadino, della Riviera e del Sottoceneri. I neoconservatori dimenticano che i Comuni che hanno sacrificato una parte del loro territorio in sé non avevano altra scelta. Le città ticinesi, ora sono raccolte nel club della “città-Ticino” fondato nel piano direttore degli anni ottanta, hanno deciso assieme al Cantone che così si doveva fare e così è stato fatto. La prova più evidente è nel piano di Magadino. Il Cantone, sempre su stimolo di Renzo Respini e Claudio Generali, all’inizio degli anni novanta aveva lanciato il progetto pianificatorio innovativo a livello nazionale del piano comprensoriale su tutto il piano di Magadino, cioè un territorio di quaranta chilometri quadrati. Questo ambizioso progetto è poi stato declassato al parco del piano di Magadino, limitato a poco più della metà della sua superficie iniziali, cioè quella non urbanizzata e che ha ancora una certa dignità dimensionale solo grazie all’ampia superficie agricola.
I comuni del piano di Magadino, ora criminalizzati perché negli scorsi cinquant’anni sarebbero sati troppo arrendevoli all’ideologia progressista delle città, del Cantone e dell’economia, ora gestiscono questa situazione con pragmatismo, professionalità e propositività. Sono contento e fiero di essere municipale di uno di questi comuni e rigetto a nome mio e di tanti altri, queste accuse. Credo che lo strumento centrale di gestione del nostro territorio sia il piano cantonale del parco del piano, territorio che fa parte in ragione di più di due terzi delle due città di Locarno (40%) e Bellinzona (31%). Da neopogressista, sempre pronto al dialogo con i neoconservatori, credo che la comune attenzione al futuro del nostro piano vada cercata nella gestione del piano cantonale che ora è lasciato ad un gruppo di seconda nomina, come sarebbero definiti nella vicina penisola. Purtroppo io, a differenza di loro, non riesco a ragionare nella logica di scioglimento delle calotte polari e del loro influsso sul permafrost.
Chiedo solo che si abbandoni questa lotta ideologica dove si cerca di criminalizzare chi osa guidare un auto e costruisce fisicamente il futuro del nostro Paese. Fa specie che il Governo cantonale nella dodicesima modifica del Piano direttore si dimostri arrendevole verso Berna e fondi questa sua posizione su una perizia giuridica interna dell’amministrazione cantonale e su una guida tecnica dell’Ufficio federale della pianificazione del territorio che indicherebbe che il Ticino non sia, per il quattro per mille di un incomprensibile parametro statistico, nella condizione di poter essere padrone delle proprie scelte territoriali. Mi chiedo dov’è la politica in questo messaggio governativo. Spero che il parlamento, coinvolto da quaranta ricorsi di Autorità regionali e Comuni, sappia correggere questo errore di sistema. Se sarò eletto in Gran consiglio chiederò di far parte della Commissione della pianificazione del territorio ed agirò per decriminalizzare questa politica. Se non lo sarò resterò a disposizione per dare il mio contributo.
Gilles Renaud, municipale di Cadenazzo e candidato PPD-GG al Gran Consiglio
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