
La « ragion di Stato » ha prevalso ancora una volta, e siamo restati solo in otto ieri sera agli Stati a votare la mozione Reimann (UDC/AG) che chiedeva il ritiro della domanda d’adesione della Svizzera all’UE. Come noto, questa domanda (ridicola quando se ne leggono le poche righe) fu inoltrata in fretta e furia dal Consiglio federale (per 4 voti a 3) nel maggio 1992, alla vigilia della votazione popolare sull’adesione allo Spazio Economico Europeo, nell’illusione che ciò servisse a motivare il popolo a votare “sì”. Successe invece il contrario, e il popolo avendo l’impressione di essere gabbato respinse lo SEE. Scelta peraltro rivelatasi oculata visto che – dopo duri negoziati, troppo poco apprezzati dalla nostra gente – la Svizzera ha ottenuto con gli Accordi bilaterali una posizione nettamente migliore di quanto avrebbe avuto nello Spazio economico, oggi ormai privo di senso. Da allora – dice costantemente il Governo – la domanda d’adesione è dunque “obsoleta e priva di oggetto” anche perché si rivolgeva alle Comunità europee e non all’UE. Inutile quindi svegliare il can che dorme, inutile irritare Bruxelles e inutile ritirarla. Fino a qualche mese fa la spiegazione poteva anche andarmi bene. Oggi però siamo in una situazione diversa: da mesi si moltiplicano i segnali ostili e offensivi da parte di politici e alti dignitari europei, che indicano senza troppi complimenti alla Svizzera come ormai la via bilaterale sia esaurita, e non vi sia più interesse né disponibilità da parte dell’UE a negoziare ulteriori accordi. Conclusione obbligata? Evidentemente, a mente di questi politici e funzionari europei, alla Svizzera non rimane altra via che quella dell’adesione all’Unione. Ciò in perfetto spregio della nostra sovranità nazionale e della democrazia diretta che assegna sempre ancora al nostro popolo l’ultima parola. E l’ultima parola fu chiarissima nel 2001, quando il popolo respinse al 77% l’iniziativa popolare “Sì all’Europa” che chiedeva l’apertura di negoziati d’adesione. Votassimo oggi, non v’è dubbio che il risultato sarebbe confermato. Questo dato di fatto va riconosciuto, da parte dei politici svizzeri quanto da quelli europei. E il buon vicinato, il rispetto reciproco, l’amicizia tanto proclamata imporrebbero a tutti di rispettare questa libera scelta degli Svizzeri. Purtroppo per alcuni questo non è il caso. E allora perché non usare proprio il ritiro di questa domanda “obsoleta e priva di oggetto” per mandare un segnale chiaro, dentro e fuori il Paese? Fuori le mura, facendo capire all’Europa che dovrà sempre ancora contare con questa Svizzera un po’ ribelle e irriducibilmente autonoma ma non fondamentalmente ostile, e pronta a trovare soluzioni pragmatiche per via bilaterale. E dentro le mura, facendo finalmente capire al popolo che può fidarsi dei suoi politici, perché se è vero che cercano di risolvere i problemi concreti con l’Europa, è altrettanto vero che non cercheranno di fregare il popolo contrabbandando un’adesione che gli Svizzeri non vogliono! Filippo Lombardi, Consigliere agli Stati
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