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Fabio Regazzi: ristorno dei frontalieri, qualcosa si muove
Redazione
15 anni fa

La recente decisione del Governo ticinese di bloccare la metà dell’importo dovuto all’Italia del ristorno delle imposte alla fonte versate dai frontalieri ha suscitato, e non poteva essere altrimenti, reazioni molto vivaci sia in Ticino che a nord delle Alpi e ovviamente anche oltre confine.Dal punto di vista formale è innegabile che si tratta di una violazione di un accordo internazionale e come tale quindi in contrasto con principio della legalità. A mio avviso, senza volerne sminuire la portata, questa sofferta decisione va tuttavia inserita in un contesto oggettivamente difficile in cui il Ticino è venuto a trovarsi, confrontato con gravi problemi di relazioni con l’Italia e con un’autorità federale sorda, o per lo meno poco sensibilie, alle richieste che giungevano dal nostro Cantone.Per quanto riguarda i rapporti con l’Italia, negli ultimi anni abbiamo purtroppo assistito a un deterioramento che si è manifestato in diverse occasioni. In questo esercizio si è distinto il Ministro dell’economia Tremonti che non ha esitato ad attaccare ripetutamente, e con toni durissimi, la Svizzera e il suo sistema bancario arrivando persino ad inserire il nostro Stato nella black dei paradisi fiscali. Ma nemmeno il Ministro degli esteri Frattini ha voluto essere da meno nel caso degli ostaggi svizzeri sequestrati dalla Libia qaundo ha maldestramente preso le difese del colonnello Gheddafi (salvo poi mandare i caccia un anno dopo per scacciarlo dal potere!).A subire maggiormente le conseguenze di queste pressioni è stato ovviamente il Ticino, la cui piazza economica – sia bancaria che industriale – intrattiene rapporti stretti e intensi con l’Italia, senza dimenticare i problemi legati all’applicazione degli accordi bilaterali su cui in particolare Lega e UDC hanno fatto leva.Questa situazione ha fatto crescere il malcontento nel nostro Cantone, che si è manifestato in diverse forme. Alcune plateali e oggettivamente censurabili (penso alla campagna “bala i ratt” o alla minacce di erigere muri alla frontiere), altre serie e istituzionali, come l’iniziativa cantonale promossa dal sottoscritto a nome del PPD, poi approvata a larghissima maggioranza dal Gran Consiglio lo scorso mese di marzo, con cui si chiede alla Confederazione di rinegoziare l’Accordo con l’Italia sui ristorni dei frontalieri (risalente al 1974), analogamente a quanto fatto alcuni anni fa con l’Austria. Segnali inequivocabili comunque di un disagio e di preoccuapzioni che l’autorità federale ha continuato a colpevolmente ignorare. E’ vero che ultimamente qualcosa forse si stava muovendo (e penso alla recente decisione della Commissione degli esteri del Consiglio degli Stati), ma in ogni caso troppo poco per poter parlare di svolta.In queste condizioni, è a mio avviso comprensibile che il nostro Governo (anche se a maggioranza) abbia adottato una strategia più aggressiva optando per una misura indubbiamente forte, ma che va interpretata per quello che è: non un gesto di ostilità (la metà della somma è stata comunque versata mentre l’altra è depositiata su un conto vincolato), ma uno strumento di pressione affinché i negoziati con l’Italia per affrontare i diversi temi sul tappetto (non solo i ristorni dei frontalieri, ma pure le black list, la reciprocità, gli accordi di doppia imposizione, ecc.) vengano riaperti al più presto. Non sono ovviamente mancate alcune reazioni sopra le righe e anche piuttosto scomposte. Fra queste due meritano una citazione: quella dell’assessore ai trasporti della regione Lombardia Cattaneo che ha affermato che se vi sarà una rinegoziazione dei ristorni sarà per aumentare la quota di prelievo (come no?) e quella del PLRT che, tramite il suo presidente e la consigliera di Stato, si è scagliato contro la decisione governativa dopo che solo due mesi fa il proprio Gruppo parlamentare aveva presentato una mozione con cui chiedeva appunto di bloccare il ristorno delle imposte alla fonte ai frontalieri (altro che asse contro natura Lega-PPD!).

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